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Università: se vogliamo cambiare davvero

L'Unità

Le resistenze al processo di riforma. Intervento del rettore dell'università di Roma Antonio Ruberti sui problemi della riforma universitaria.

Le resistenze sul cammino della riforma universitaria sono ancora grandi; da questa constatazione, ovvia ma necessaria, deve partire l'analisi della situazione. La gravità della crisi, che il '77 aveva fatto ancora una volta emergere con violenza drammatica e che a molti era apparsa come un fattore risolutivo per un'assunzione di responsabilità che consentisse di vincere l'inerzia conservatrice, non è stata sufficiente per chiudere il capitolo delle risposte mancate. Ed oggi siamo di fronte a un provvedimento parziale: lo dobbiamo giudicare evitando le reazioni emotive che pure la lunga attesa giustificherebbe e dobbiamo riuscire a individuare nei giudizi che se ne danno i contesti più generali in cui essi si collocano. Occorre esaminare in altri termini il valore del provvedimento rispetto all'obiettivo della riforma.

Una prima riflessione sul dibattito che si è sviluppato fa emergere a mio avviso una considerazione amara: forma e contenuto di tale dibattito sono essi stessi sintomo della crisi profonda dell'Università. Non si è riusciti, se non in pochi casi, a sollevarsi dalle sabbie mobili dei problemi del personale docente. Vi sono certo giustificazioni: aspettative deluse per i mancati concorsi, attese passive cresciute nel clima propizio del rinvio, collaborazioni valide mortificate da un precariato generalizzato ed anche sperequazioni ingiuste.

Ma grave rimane l'assenza di quella tensione culturale e politica che ci si dovrebbe attendere da chi è stato in questi anni spettatore o parte del processo di trasformazione dell'Università e dovrebbe aver voluto o dovuto incidere sulla sua evoluzione.

Gettano un'ombra preoccupante sul futuro dell'Università l'esplosione di proteste che partendo da impostazioni generali si concludono con richieste nettamente corporative, l'evocazione, puntuale a ogni vigilia di riforma, della catastrofe, la raccolta con calcolo sottile in un unico fascio di richiami teorici al rigore e delle spinte concrete ad allargare ancora le maglie, certo non strette, attraverso le quali passano inquadramenti e immissioni in ruolo.

Se ci si limita, come purtroppo quasi tutti fanno, al solo problema del personale docente, io ritengo, come ho scritto in un precedente intervento, si debba con lealtà riconoscere che è difficile individuare una soluzione - che non sia mediana tra il modello a regime e quello attuale -alle contraddizioni accumulatesi in questi anni, alla varietà delle posizioni, all'insieme di spinte di opposto segno. Il condizionamento del passato è pesante e dunque comporta una analisi più serena di questa parte del provvedimento, dei suoi aspetti positivi e di quelli negativi; nodi essenziali rimangono irrisolti o ambigui: incompatibilità e tempo pieno, tempi e modi di attuazione.

A me pare utile sottolineare sul piano generale, un aspetto positivo: l'aver stabilito che il passaggio dall'una all'altra fascia avviene per concorso. Questo è un elemento essenziale di chiarezza per il futuro, nella misura, però, in cui noi universitari riusciremo a operare in modo nuovo, riconoscendo che nelle scelte c'è anche la nostra responsabilità e che il rigore può essere praticato solo da chi ha un impegno trasparente per l'obiettività.

Una critica non secondaria, a mio avviso, va fatta al provvedimento e riguarda il modo in cui si riapre l'accesso ai giovani studiosi. I duemila posti di aggiunto (posizione ad esaurimento) costituiscono una contraddizione in termini, ma - e questo è più grave - non danno un'indicazione chiara per il futuro (come invece viene fatto prevedendo i concorsi per il passaggio da una fascia all'altra della docenza). Io credo si possa anticipare la sperimentazione della nuova forma di reclutamento attraverso il dottorato di ricerca; chi crede nella riforma non dovrebbe avere esitazioni. Non posso concludere queste considerazioni senza osservare che il provvedimento sui docenti nel suo complesso potrà assumere valore positivo solo nel quadro di un progetto organico di riforma, nel quale una così grande concentrazione di forze intellettuali trovi un quadro istituzionale, strutture e mezzi per svolgere una funzione utile allo sviluppo e al progresso del Paese.

Mi accorgo di essermi fermato sulla parte del provvedimento relativa ai docenti, mentre è mia convinzione che un aspetto importante sta anche nelle parti dedicate ai non docenti, al diritto allo studio, alla ricerca scientifica, agganci concreti a problemi reali e prime strutture di quel «ponte verso la riforma» che pare stia diventando l'immagine più frequente nei discorsi di questi giorni. L'allargamento è un aspetto positivo dunque del provvedimento, anche se è stato conquistato negli ultimi giorni (o meglio nelle ultime notti) della trattativa e appare perciò negli impegni parziale e sommario. Esso va consolidato per rendere più facile la costruzione del ponte o, meglio per rendere più evidente che il provvedimento non rimarrà un pilastro sulla riva di un fiume.

La rilevanza in questo quadro del problema della ricerca scientifica è centrale e il non averne tenuto conto costituisce una limitazione grave. L'aver fatto passare l'impegno di bilancio, già deciso prima delle trattative, come una anticipazione di quanto prevede la riforma per la ricerca scientifica è così riduttivo da denunciare un'assenza (nel migliore dei casi) di scelta politica per una Università che sia effettivamente sede primaria della ricerca.

Su questo punto io credo sia giunto il momento di essere chiari: nessuno ignora la situazione di asfissia e di mortificazione della ricerca universitaria e la sua subalternità a finanziamenti indiretti. Questa scelta ha condizionato tutta la fase di crescita dell'Università di massa ed è costata un prezzo alto a coloro che all'Università hanno dedi-cato le loro energie e le loro intelligenze, un prezzo alto agli studenti ai quali viene offerto un insegnamento che non sempre può trovare, come dovrebbe, alimento e originalità nella ricerca, un prezzo alto al paese che vede decadere e snaturarsi una sua fondamentale istituzione culturale.

Chi opera all'interno dell'Università sa che sul tema della ricerca si gioca il futuro: il decadimento per taluni è un aspetto intrinseco e quindi ineluttabile dell'Università di massa, per altri invece è strettamente legato alle scelte che si fanno, (anche sull'articolo 11 del provvedimento).

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
07/11/1978 - Tipologia: Intervento - Argomento: Università e Ricerca