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Università di Roma: gigantismo, contraddizioni, potenzialità

Rinascita

I problemi dell'università di Roma sono stati presentati spesso come l'esempio più significativo della crisi del nostro sistema universitario. Io credo che esso sia anche l'esempio più trasparente, il caso di più facile lettura: il gigantismo dell'ateneo romano dà infatti rilievo e chiarezza a tutte le contraddizioni che si sono andate accumulando, ma anche a tutte le potenzialità che ancora l'università ha in sé. Nel breve arco di una nota non è certo possibile sviluppare un'analisi completa e forse questa non riuscirebbe a dare indicazioni chiare. Credo che sia meglio isolare quegli aspetti che consentono di vedere in che modo, nelle situazioni complesse, è possibile individuare i nodi essenziali e contribuire a scioglierli.

La sproporzione tra il numero degli studenti e la dimensione delle strutture è un indice preciso delle distorsioni che caratterizzano i processi di trasformazione sviluppatisi in questi anni: da un lato la democratizzazione dell'accesso all'università, dall'altro il blocco nell'adeguamento delle strutture; dunque la resistenza nei fatti all'università di massa. Di qui una scelta di fondo per chi crede nel processo di trasformazione e di rinnovamento: affrontare con chiarezza e rigore la battaglia per una seconda università a Roma e, più in generale, per le università nella regione. E' una battaglia non facile sia perché questa decisione modifica, nei fatti, la politica adottata nell'ultimo decennio, sia perché toglie respiro e spazio a soluzioni alternative. Tor Vergata, simbolo della pratica del rinvio, e cioè della conservazione, può divenire anche segno tangibile delle battaglie che si possono vincere. Il cammino per Tor Vergata è quasi completo sul piano legislativo; rimane tutto da percorrere quello della realizzazione. E qui si apre una grande possibilità, quella di contribuire a costruire un'università nuova che sia punto di riferimento per il processo di riforma. Occorre che le scelte edilizie siano fondate su una impostazione che consenta aggregazioni per settori omogenei e integrazioni tra settori diversi, assicuri lo sviluppo di processi di partecipazione, abbia un rapporto nuovo con la città. Occorre che si compiano scelte per la ricerca e l'insegnamento capaci sia di rispondere ai bisogni nuovi che sono emersi nella nostra società, sia da adattarsi, in modo dinamico e creativo, al loro trasformarsi. E' mia profonda: convinzione che Tor Vergata può diventare un «esperimento» culturalmente valido e può dare un serio contributo al processo di riforma, purché si sia capaci di contrastare la tendenza alla ripetizione e di stabilire un rapporto di fiducia col mondo universitario, che a questa università deve dar vita.

Accanto al divario tra numero di studenti e dimensioni delle strutture, e dunque accanto al problema della scelta di campo per agire su questo divario, un altro nodo essenziale è quello della ricerca. Le università, e non solo nel nostro paese, stanno attraversando una fase di trasformazione di cui è difficile individuare l'approdo, anche, o forse soprattutto, per chi opera al loro interno. A questa difficoltà si deve in parte ricondurre la grande varietà dei modelli di cui si è discusso in questi anni, e forse anche l'approssimazione con cui tali modelli vengono descritti. Segni della complessità del problema si ritrovano nella confusione tra obiettivi e strumenti, ed anche nel ricorso a terminologie il cui significato ha un valore ormai poco più che rituale. E' per questo che si sta manifestando un crescente desiderio di riflettere sulla storia dei processi di trasformazione dell'università e sulle esperienze degli altri paesi. L'approfondimento dei problemi è certamente positivo e ad esso si può e si deve dare un contributo; ma non è sufficiente. Occorre porsi con chiarezza il problema dell'individuazione delle caratteristiche essenziali dell'università e del suo ruolo per definire quale deve essere - oggi - la politica entro cui inquadrare gli interventi. Ora, ciò che distingue l'università dalle altre istituzioni di formazione è il suo essere sede di ricerca e di insegnamento, cioè luogo nel quale si sviluppano processi sia di produzione culturale sia di trasmissione delle conoscenze. L'intreccio didattica-ricerca è «l'invariante» nei modelli sin qui storicamente realizzati e ai quali rimangono collegate tutte le ipotesi che si vanno sperimentando. Dunque su questo punto non può è non deve esserci equivoco: un'università espropriata della ricerca non è più tale.

Purtroppo nel nostro paese, di fatto, è stata operata una scelta diversa. Anche se si tiene conto delle difficoltà che caratterizzano l'intero settore della ricerca, non si può non constatare che le scelte fatte per l'università appaiono chiaramente tese a portare «fuori dell'università» l'attività di ricerca e comunque a «condizionarla con finanziamenti indiretti». Queste scelte portano ad un processo di distorsione profonda del ruolo e della funzione dell'università. Occorre allora chiedersi le ragioni di questa scelta; a questa esigenza non si può sfuggire, se non si vuole, avallando scelte di fatto, condividere responsabilità che peseranno sul futuro in modo determinante. La tentazione di trasformare l'università di massa in «liceo» è evidentemente molto forte, e conserva una sua suggestione per chi ha visto cadere, sia pure parzialmente, i meccanismi di conservazione dei ruoli sociali che l'università assicurava. La preoccupazione poi, che una larga concentrazione di ricercatori possa operare in una struttura nella quale vi sono maggiori margini di libertà, e quindi possa sviluppare l'attività di ricerca in un rapporto critico rispetto agli attuali modelli di organizzazione e di produzione, è forse più diffusa di quanto si creda. E' chiaro allora che chi crede al ruolo dell'università nella società e all'esigenza di uno sviluppo positivo di questa istituzione, nel quadro di un più ampio programma di generale sviluppo del paese, deve combattere le scelte sin qui fatte e operare per il loro cambiamento. E questo va fatto a livello locale e nazionale, con un impegno in prospettiva ma anche nel presente.

Partendo da questa convinzione, nella gestione dell'ateneo romano è stata data una precisa priorità allo sviluppo dei programmi di ricerca. E possiamo registrare a livello locale il raddoppio delle risorse che si sono potute mettere a disposizione dell'attività di ricerca, l'avvio di un processo di coordinamento teso ad evitare la dispersione nel rispetto della libertà dei singoli ricercatori, l'instaurazione di rapporti di collaborazione con gli enti locali. A questo proposito è interessante indicare la linea lungo la quale si è operato e che è consistita nella elaborazione di uno strumento nuovo, una «convenzione quadro», capace di sottrarre alla logica dei rapporti «personali» la collaborazione tra università e territorio e di impostarla come rapporto «istituzionale». Rimangono forti preoccupazioni per le scelte sul piano nazionale, per il ritardo con cui procede il cammino del progetto di riforma e per la mancanza nei provvedimenti di transizione di elementi concreti di «anticipazione» della riforma. Non riesco a comprendere perché non si affronti con chiarezza il problema e si riconosca la necessità di operare questa scelta fondamentale. Si tratta o di dare un segno concreto di «inversione di tendenza» o accettare la conferma delle scelte di questi anni. Nei provvedimenti urgenti del '73 il termine ricerca non era neppure nominato. L'introdurre oggi, dopo cinque anni, il termine e riportare il «già deciso» può forse servire a soddisfare complessi di colpa, non certo a risolvere il problema.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
23/11/1978 - Tipologia: Articolo - Argomento: Università e Ricerca