Questo sito utilizza cookies. Continuando a navigare, accetti il loro utilizzo (scopri di più...)

Sei in : Home page - Archivio documenti - Università e Ri... - Relazione annuale del Rettore - 1978
Relazione annuale del Rettore - 1978

Archivio

Mi sia consentito, prima di dare lettura della relazione, di esternarvi il mio stato d'animo, i sentimenti contrastanti che provo: emozione, per essere qui in una posizione di cui sento il grande onore e la grave responsabilità anche per il valore e l'impegno di coloro che mi hanno preceduto; preoccupazione per la difficoltà del compito di fronte al quale mi sono trovato e mi trovo, in una delle fasi più drammatiche della storia della nostra istituzione al 675° anno della sua vita; consapevolezza della distanza tra le mie forze e il desiderio di dare un contributo incisivo al superamento della crisi.

E poi un sentimento di solidarietà con tutti coloro che continuano a operare in questa comunità subendo il peso della crisi, testimoniando giorno per giorno che l'università ha in sé le forze per assumere, nel rispetto della sua tradizione, il nuovo ruolo che le mutate condizioni e i mutati bisogni della società le assegneranno.

Desidero anche manifestare la mia gratitudine a tutti i Presidi, al Pro-Rettore, ai membri del Consiglio di amministrazione per la solidarietà nei momenti difficili e la collaborazione costante.

Il significato della relazione annuale

Il modo in cui sono impostate relazioni annuali, discorsi e prolusioni presentate all'inizio dei vari anni accademici, le regolarità e le assenze costituiscono un documento di grande interesse per la storia della nostra istituzione e non solo per essa.

Ho sfogliato gli annuari, per una sia pur sommaria documentazione, a partire dall'anno accademico 1870-71, il primo che si svolse secondo l'ordinamento della R. Università degli studi emanato dopo il 20 settembre 1870. Da quell'anno fino alla prima guerra mondiale, l'inaugurazione dell'anno accademico si svolge con regolarità; esso prevedeva una breve relazione del Rettore con dati statistici sulla vita dell'Ateneo e sulle sue attività e una conferenza su un argomento culturale; l'evolversi dei dati statistici, la scelta degli argomenti e dei relatori e il testo stesso delle conferenze sono un'immagine, parziale forse ma certo illuminante, di questo primo periodo. Poi il periodo fascista, l'inaugurazione della Città universitaria il 1° novembre 1935, la seconda guerra mondiale e anche per essi relazioni e conferenze sono uno specchio fedele. Infine il vuoto della guerra, la ripresa e le sue incertezze; incominciano assenze significative, si hanno solo interventi negli anni 1945, 1948, 1953. Poi una ripresa regolare dal 1960-61 al 1966-67. Ancora una interruzione, colmata dalla relazione per il triennio 1967-70.

Poi più nulla sino ad oggi. Intanto sono trascorsi 107 anni accademici con un cambiamento impressionante, che emerge anche dalla sola considerazione dei seguenti dati: gli studenti sono passati da 814 a 130.000 circa*, il personale docente e non docente da 102 a 10.000 circa. Il fenomeno è ancora più impressionante se si vanno ad esaminare l'andamento di questa crescita e l'accelerazione degli ultimi quindici anni.

In questa mutata situazione che ruolo può o deve avere la relazione del rettore e, più in generale, un incontro come quello di oggi? E' una domanda che occorre porsi anche per capire le assenze degli ultimi anni e soprattutto per non dare avvio a riti inutili. A questa domanda si possono dare varie risposte ricercando la causa delle assenze o nel gigantismo della istituzione o più recentemente nel clima di intolleranza. Io credo però che il diradarsi prima e lo scomparire poi delle relazioni devono ricondursi sostanzialmente a una perdita di fiducia nella capacità dell'istituzione di intervenire nel processo di trasformazione del nostro sistema universitario, di assumere, sia pure nella diversità delle posizioni, un ruolo pubblico rispetto al groviglio di problemi di fronte ai quali ci troviamo. Se questa considerazione è giusta, allora la riunione di oggi e la relazione che presenterò vanno considerati non tanto il soddisfacimento di un impegno preso prima dell'elezione a questo ufficio, quanto un contributo all'assunzione di un ruolo attivo della nostra Università. E' in questo spirito che ho preparato la relazione con la consapevolezza che mi assumevo un compito difficile ma anche con la fiducia di interpretare un'esigenza largamente sentita. E' chiaro che il non eludere i problemi determina l'emergere di differenze di pensieri e di scelte, ma io sono profondamente convinto che in questa articolazione, in questa diversità sta la forza reale delle istituzioni culturali. E quindi non ho nessun timore di suscitarle, convinto anche che vi può essere un denominatore comune, quello dell'onestà intellettuale.

La struttura della relazione

La relazione è distinta in due parti, la prima dedicata ad una analisi della situazione del nostro ateneo nel dicembre 1976 e la seconda agli avvenimenti che si sono verificati e all'attività che è stata svolta durante il 1977.

L'analisi presentata nella prima parte vuole essere un contributo ad una chiara valutazione delle condizioni reali in cui l'Ateneo si trova, ad una diagnosi cioè che non tema di essere dura e impietosa e tuttavia sfugga al pericolo del catastrofismo generico e sterile.

Per poter elaborare una diagnosi corretta occorre collocare la situazione del nostro ateneo nel contesto di quella del sistema universitario del nostro paese; sono convinto infatti che solo in questo modo si può evitare il pericolo di considerare i mali che ci affliggono come colpa di singoli o di gruppi e sfuggire alla suggestione di poter curare tali mali con interventi che prescindono dalla situazione generale. E' in un tale quadro che responsabilità e impegni locali possono essere correttamente valutati.

Completata nella prima parte l'analisi, viene affrontata nella seconda la descrizione degli avvenimenti e dell'attività del 1977. Qui è sembrato conveniente distinguere gli avvenimenti legati alla situazione dell'Opera Universitaria, alla contestazione del movimento degli studenti e all'agitazione del personale non docente dall'attività di gestione ordinaria.

In questa parte si è cercato di dare soprattutto conto del metodo adottato per affrontare i problemi e delle posizioni assunte nelle varie situazioni.

PARTE I

La situazione nel dicembre 1976

IL SISTEMA UNIVERSITARIO IN ITALIA

Per poter sviluppare come si è detto, in modo corretto l'analisi della situazione del nostro Ateneo occorre partire da una descrizione del sistema universitario in Italia e dei processi che ne hanno caratterizzato l'evoluzione negli ultimi anni. Non c'è nessun dubbio che fra tali processi il più rilevante sia stato quello della trasformazione dell'Università italiana in Università di massa.

Questa constatazione emerge, sia pure in misura diversa, da tutti i dati: numero di immatricolazioni, numero totale di iscritti, tasso di prosecuzione (rapporto tra numero di nuovi iscritti all'Università e numero di diplomati nella Scuola secondaria), numero di laureati. L'interpretazione di questo fenomeno, che si è verificato negli anni '60 e che non è limitato al nostro paese, sembra possa ricondursi in parte alla “teoria dei consumi di massa” e in parte alla “teoria della sacca di parcheggio”. L'andamento medio del fenomeno sembra riprodurre infatti quello del ciclo di vita di un bene rispetto al reddito della collettività (teoria dei consumi di massa), mentre le oscillazioni intorno all'andamento medio sembrano seguire le variazioni del tasso di sviluppo (teoria della sacca di parcheggio).

Corrispondentemente è andato crescendo lo squilibrio tra offerta dei diplomati e laureati e domanda dei settori economici, con la conseguenza di crescenti fenomeni di disoccupazione e sotto-occupazione intellettuale. Questo squilibrio è reso più grave nel nostro paese dal fatto che esso è tecnologicamente dipendente con una intensità di qualificazione dell'economia (tasso di forza lavoro istruita occupata rispetto a quella totale occupata) che risulta la più bassa tra quelle dei paesi industrializzati.

Per valutare questi fenomeni in modo corretto occorrerebbe svolgere un'analisi completa del modo di evolversi della situazione del nostro paese in questi anni; sullo squilibrio infatti influisce non solo la modificazione del sistema universitario ma anche quello del sistema produttivo. E' chiaro ad esempio che le previsioni degli anni '60 da un lato e la crisi economica dall'altro costituiscono parametri essenziali per interpretare quanto è avvenuto. Ma in questa sede io non posso che concentrare l'analisi sul sistema (dovrei dire sottosistema) universitario, pur consapevole che esso non è isolato ma ha precise interazioni con l'intera struttura economica. Limitandosi dunque al sistema universitario e volendo cercare di interpretare il processo di trasformazione che ha portato alla situazione attuale, occorre analizzare gli elementi spesso contrapposti che lo hanno condizionato.

In proposito sembra importante tener conto almeno dei seguenti elementi:

a) al processo di trasformazione dell'Università in Università di massa, legato alle richieste delle classi popolari e delle forze sociali e politiche che ne rappresentano i bisogni, si accompagna la spinta per garantire il diritto allo studio e quindi perché non crescano i prezzi dei servizi scolastici al crescere della domanda e perché vengano adottati provvedimenti atti a facilitare l'accesso all'istruzione universitaria, cioè una spinta tesa alla crescita quantitativa del processo;

b) il formarsi di una sovrapopolazione di diplomati e di laureati consente di rispondere alla domanda del sistema economico anche se la qualità della formazione è bassa. Ne consegue che non vi sono spinte da parte delle forze economiche a intervenire sul sistema educativo per evitarne, al crescere del numero di utenti, il decadimento, almeno fin quando quest'ultimo non entra in contraddizione con le esigenze del sistema economico e cioè, nel caso italiano, almeno fino a quando non si sceglie in concreto un modello di sviluppo con un più elevato tasso di qualificazione;

c) Il decadimento del processo di formazione ha un impatto preciso sui meccanismi di selezione sociale. Ridotta la selezione all'ingresso, essa viene riaffidata a meccanismi di differenziazione basati sulle condizioni socio-culturali (eredità culturale, opportunità legate alla situazione economica, rapporti interpersonali, ecc.), che intervengono sia durante la fruizione dell'Università sia successivamente, nella fase di inserimento nel lavoro. E' chiaro che i meccanismi di differenziazione agiscono tanto più profondamente quanto minore è l'efficienza del processo di formazione. In altri termini, il decadimento del sistema tende a vanificare la conquista dell'accesso all'Università; di qui l'interesse crescente ad un funzionamento efficiente da parte delle classi popolari. Chi invece vede ridotta sempre più la funzione di conservazione dei ruoli sociali che l'Università assicurava, non ha più interesse all'efficienza del sistema formativo ed esercita una resistenza passiva ad ogni intervento innovatore.

La presenza di queste spinte contrapposte spiega abbastanza bene la politica seguita in questi anni dai governi che via via si sono succeduti. Essi hanno ovviamente dovuto intervenire per adeguare il servizio alla maggiore utenza, ma lo hanno fatto in maniera non organica e non programmata, spesso con ritardo e in modo passivo: di qui la crescita non programmata del numero delle sedi e la espansione caotica di quelle esistenti, la crescita del personale docente e non docente sulla base di provvedimenti particolari e urgenti che hanno generato una giungla di situazioni e di figure, le indecisioni e le incertezze per i provvedimenti riguardanti il diritto allo studio.

Occorre in definitiva constatare l'assenza di provvedimenti coerenti con le esigenze di un così radicale processo di trasformazione quale quello che caratterizza la nascita di una Università di massa, nella cui direzione è andato peraltro in modo evidente e consapevole l'unico provvedimento di questi anni, a livello di struttura: la “liberalizzazione degli accessi”.

Il sistema universitario si è trovato quindi a dover rispondere alla crescente domanda di servizi nella cosiddetta fase di “esplosione del consumo”, in un clima caratterizzato dalla esigenza pressante di trovare spazi e risorse umane, sempre in ritardo rispetto ai bisogni. Questa situazione, concentrando l'impegno sulle emergenze, ha ineluttabilmente portato in secondo piano l'analisi del tipo di servizi offerti e la necessità di adeguarlo sia al diverso tipo di studente (in conseguenza della liberalizzazione degli accessi) sia alle domande di professionalità del sistema economico e produttivo. Il provvedimento della “liberalizzazione dei piani di studio”, che è nato sull'onda di tematiche proprie del '68 (domanda all'Università di una formazione critica) e che pure dà al nostro rigido sistema universitario un certo grado di flessibilità con la possibilità di progettazione di curricula e di profili nuovi, non ha potuto esprimere le sue potenzialità, anche per le difficoltà oggettive in cui si esplica la funzione didattica nelle nostre università. E spesso ha finito con il contribuire alla deprofessionalizzazione degli studi.

Un'Università dunque in crisi sul piano stesso del tipo di formazione da offrire, consapevole da parte dei docenti e degli studenti di una crescente divaricazione “qualitativa” (che aggrava quella quantitativa) rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Certo pure noi universitari abbiamo le nostre responsabilità e le nostre colpe; immagine della società della quale siamo parte abbiamo contribuito a questa o a quella delle spinte contrapposte di cui ho parlato prima. Non siamo stati complessivamente capaci di cogliere il senso profondo del processo di cui eravamo parte e non abbiamo saputo incidere in modo significativo sulla sua evoluzione. E spesso, dobbiamo riconoscerlo, abbiamo contribuito ad accrescerne alcune contraddizioni, attraverso la parcellizzazione degli insegnamenti, l'abbandono del rigore e dell'impegno nella ricerca, il cedimento alla seduzione della professione.

Nell'analisi sviluppata non ho esplicitamente considerato sinora l'attività di ricerca, che pure è elemento discriminante ed essenziale per qualificare l'istituzione universitaria rispetto alle altre istituzioni scolastiche. E' veramente difficile giudicare in modo sereno, per chi opera nell'Università, la politica seguita in questi anni per la ricerca universitaria; essa appare così chiaramente tesa a bloccare questa attività che difficilmente si sfugge al sospetto di un disegno preordinato. Certo è che l'unico sostegno reale all'attività di ricerca è venuto all'Università in questi anni dagli enti di ricerca mentre il Ministero della Pubblica Istruzione ha continuato a prevedere stanziamenti inadeguati e non ha né creato né favorito il sorgere di organi di coordinamento intesi a evitare la polverizzazione dei contributi. La più grossa concentrazione di ricercatori del nostro paese, quella che conserva malgrado tutto le più grandi potenzialità di ricerca, è stata costretta a sopravvivere in una situazione mortificante. Gli effetti sull'attività di formazione dei giovani, sulla formazione delle nuove leve di ricercatori e di docenti, sul mancato contributo che poteva essere dato allo sviluppo del paese sono, a mio avviso, la più precisa condanna della politica della ricerca nell'Università.

Ed è su questo tema, su quello della ricerca, che si gioca il futuro dell'Università di massa: il decadimento non ne costituisce un aspetto intrinseco e quindi ineluttabile, esso dipende dalle scelte che si sono operate e può essere modificato se noi cambiamo queste scelte.

Negli ultimi anni, dunque, il nostro sistema universitario appare sull'orlo del collasso: inadeguatezza di risorse, diffusa consapevolezza dell'incapacità di soddisfare le domande che nascono da una realtà che si è modificata mentre la struttura dell'Università è rimasta sostanzialmente la stessa, crisi di identità rispetto al ruolo di massima istituzione culturale del paese centrata sul binomio insegnamento-ricerca.

E sullo sfondo un malessere sottile che nasce dalle contraddizioni irrisolte dall'attuale situazione, da nodi che appaiono di carattere ideologico piuttosto che politico:

a) contraddizione tra la domanda egualitaria di istruzione e le aspettative che essa assicuri promozione sociale, cioè il funzionamento di un meccanismo basato sulla inuguaglianza; quindi i nodi della relazione istruzione-professionalità-ruolo nella società e del rapporto lavoro intellettuale-lavoro manuale;

b) contraddizione tra esigenza di una correlazione tra ricerca scientifica e domanda del sistema produttivo (domanda di professionalità, collegamento al territorio) e consapevolezza degli effetti perversi che ha avuto e può avere uno sviluppo sociale basato prevalentemente sulla tecnologia;

c) contraddizione tra esigenza dell'impegno nei problemi concreti che la società deve risolvere e consapevolezza che, in una fase di crisi così profonda anche a livello ideologico, è più che mai necessario che gli uomini di cultura esercitino la funzione critica che è loro propria.

All'analisi di questi problemi, all'elaborazione anche teorica di queste tematiche l'Università potrebbe dare un contributo, ma in effetti essa risulta praticamente assente. Un segno della perdita di vitalità della istituzione, della profondità della crisi che attraversa: il decadimento progressivo genera sfiducia e rassegnazione, può portare a concentrarsi sui problemi della propria sopravvivenza culturale e scientifica o al disimpegno: un male profondo, il più pericoloso, che i lunghi anni di attesa di una riforma sinora mancata hanno alimentato.

L'ATENEO NEL DICEMBRE 1976

Lo scenario che risulta dall'analisi precedente trova nella situazione dell'Ateneo romano una precisa conferma ed i vari aspetti della crisi generale vi hanno un tale rilievo da farne un caso esemplare. Questa peculiarità in negativo potrebbe indurre nel sospetto che sia la situazione dell'Ateneo romano a condizionare l'analisi generale. E ciò non è purtroppo vero in quanto i mali sono diffusi in forma epidemica e la conferma se ne può trovare nella situazione di molti dei maggiori atenei.

In ogni caso, è importante tener presente da un lato che l'Ateneo romano non è un campione irrilevante in quanto rappresenta circa un sesto dell'intero sistema e dall'altro che la sua vicinanza ai centri decisionali, che potevano e possono anche fisicamente seguire l'evolversi dei processo, non può offrire a nessuno l'alibi dell'ignoranza di quanto stava e sta avvenendo in quella che dovrebbe essere la massima istituzione culturale del Paese.

Un aspetto certo grave della crisi del nostro Ateneo è stata l'incapacità ad esplicare un’azione che riuscisse a bloccare il processo generale di decadimento o almeno ne contrastasse gli effetti negativi. E ciò è avvenuto, a mio avviso, perché la politica seguita a livello locale è risultata la ripetizione passiva della politica seguita a livello nazionale: non c’è stata programmazione delle sedi a livello nazionale e non c’è stata una spinta reale, una battaglia decisa per la realizzazione di altre sedi a Roma. C’è stato un adeguamento lento e passivo all'aumento della domanda di spazi in sede nazionale e ciò ha trovato puntuale conferma in sede locale. E si potrebbe continuare, ma ciò che si vuole far rilevare è l'importanza in questa sede di esprimere un giudizio complessivo sui fenomeni nei quali si è implicati piuttosto che giudizi positivi o negativi su singoli atti o su singoli periodi. Può esservi stato impegno serio su questo o quel problema, anche per soluzioni corrette se giudicate isolatamente, ma ciò non contraddice l'affermazione che la politica seguita nella conduzione dell’Ateneo romano non è riuscita nei fatti ad evitare che Roma divenisse uno specchio in cui tutte le distorsioni del sistema universitario italiano appaiono esaltate.

Il giudizio qui espresso va valutato pensando all’arco non breve di tempo considerato nell’analisi generale e soprattutto agli effetti risultanti. Esso altrimenti diviene ingiusto rispetto all'impegno dei singoli e dei gruppi o alla articolazione delle posizioni e delle responsabilità. Ad esempio, è fuori dubbio che nell'ultimo triennio 1973-76 si sono dovuti affrontare problemi di grande complessità, in situazioni obiettivamente difficili e si deve riconoscere, in varie occasioni, un grande impegno: mi riferisco alla grave agitazione del Policlinico e all'organizzazione delle elezioni studentesche. Su tale periodo ha anche pesato la fase di prima applicazione dei provvedimenti urgenti (elezioni e avvio dei nuovi organi, concorsi, ecc.). Tuttavia devo rilevare quello che a mio avviso è mancato: la scelta precisa di una posizione che non poteva non essere dialettica rispetto alle scelte politiche ed agli organi responsabili a livello governativo. Nel triennio 1973-76 ha anche operato un Consiglio di amministrazione allargato alla rappresentanza delle varie componenti e delle varie istituzioni locali; esso ha certamente il merito di aver affrontato in modo nuovo vari problemi (ricerca scientifica, edilizia, articolazione democratica della gestione, ecc. ). Credo però che anche in questo caso debba essere riconosciuta, in sede di bilancio, la mancanza di una metodologia che riuscisse a tener conto della distanza, peraltro classica, tra potere deliberativo e potere esecutivo, tra le decisioni del Consiglio e la loro concreta attuazione.

Una valutazione delle dimensioni dei fenomeni fin qui descritti per quell'esempio mostruoso di Università di massa che è l'Università di Roma può essere fatta sulla base dei dati relativi al numero di studenti e di laureati, di docenti e non docenti, alla situazione edilizia; essi si ritrovano nei primi tre documenti della collana di informazione che è stata in quest'anno istituita*.

Mi limiterò qui a presentare alcuni indici e a sviluppare alcune considerazioni allo scopo di porre in evidenza due aspetti, a mio avviso rilevanti, della situazione:

a) il primo, già citato, della presenza in forma acuta ed esaltata di tutti i mali delle Università italiane;

b) il secondo, spesso non rilevato, degli squilibri interni nell'uso delle risorse e delle differenze profonde nelle politiche adottate dalle varie Facoltà a conferma dell'assenza di un indirizzo generale.

Per la didattica, si può guardare alla dimensione dei corsi per esprimere un primo giudizio sulla situazione. In proposito i grafici riportati nel Documento n. 1 sul numero di corsi in funzione del numero di studenti (che sostengono l'esame del corso) forniscono una informazione significativa. Vi sono Facoltà con numerosi corsi aventi più di cinquecento o addirittura più di mille studenti che sostengono l'esame. Anche l'esempio di cattiva utilizzazione delle risorse è presente: vi sono settanta corsi con non più di cinque studenti. Analoghi squilibri si hanno per il tipo di docenza (Documento n. 2). In proposito può essere significativo considerare due indici: il rapporto studenti / professori di ruolo e quello professori incaricati / professori di ruolo. Ambedue hanno forti variazioni rispetto al valore medio: così nel primo caso mentre si hanno mediamente 114 studenti per professore di ruolo, si registrano un minimo di 7 e un massimo di 388; nel secondo si va da Facoltà con cinque professori incaricati per ogni professore di ruolo a Facoltà con otto professori di ruolo per ogni professore incaricato. Per gli assistenti il 40% circa (in valore assoluto mille) è in una sola Facoltà, che si può avvalere anche del 17% dei contrattisti, del 2040 degli assegnisti e del 13% degli addetti alle esercitazioni. Qui non si tratta di una articolazione collegata alle diverse esigenze didattiche, che certo devono essere tenute in conto e possono portare a scostamenti, anche significativi, da valori medi riferiti all'intero Ateneo, quanto piuttosto della conseguenza di scelte non inquadrate in una politica di Ateneo.

Io non voglio esprimere giudizi su questo o quell'indirizzo, solo faccio rilevare che essi hanno inciso sulla situazione complessiva rendendo l'Ateneo sul piano didattico un aggregato di parti con caratteristiche profondamente diverse e, soprattutto, per quanto qui interessa, con una utilizzazione delle risorse e delle potenzialità profondamente squilibrate. E ciò si riflette ovviamente sulla qualità della didattica che di fatto agli studenti viene offerta.

Per la ricerca, la mancanza di coordinamento ha confermato in sede locale la pesante situazione nazionale in questo settore. Nessun tentativo organico a livello di Ateneo di istituire rapporti con le istituzioni locali per il rilancio della ricerca finalizzata. Nessuna opera di documentazione dell'attività che, per iniziativa dei singoli e di gruppi, in parecchi casi a livello notevole, malgrado tutto, viene svolta; talché è difficile – anche per chi lavora nell'Università – poter dire quali sono i progetti di ricerca in corso e quindi rendere possibile la utilizzazione dei risultati. Il decadimento del Centro di Calcolo Interfacoltà ha portato alla proliferazione disordinata di iniziative facendo risaltare in maniera chiara la mancanza di una politica di Ateneo nel campo dei mezzi di calcolo, che oggi costituiscono uno dei supporti di base per la ricerca scientifica. In proposito, non si è sviluppato alcun tentativo di integrazione in un unico piano del Centro di Calcolo Interfacoltà e del Centro elettronico del Rettorato. Unica nota positiva, che è il segno della consapevolezza del ruolo della ricerca scientifica e della volontà di affrontare i problemi, è la previsione in bilancio di uno stanziamento specifico per questa voce nell'anno accademico 1975-76.

Esaminata brevemente la situazione dal punto di vista delle funzioni proprie dell'Università, insegnamento e ricerca, è bene passare a considerare lo stato di quelle risorse e quegli strumenti che per il loro espletamento sono essenziali.

Riguardo l'edilizia è inutile riportare qui i dati ben noti (disponibili nel Documento n. 3 in maniera analitica) e peraltro, in generale, sono già state svolte in più sedi quasi tutte le considerazioni possibili. Anche qui però viene usualmente trascurato quello che, a mio avviso, è uno degli aspetti più mortificanti della situazione edilizia: lo squilibrio.

La situazione del personale docente e non docente e degli studenti di alcune Facoltà è così grave che lo stato di normalità di qualche altra finisce con l'apparire un privilegio. La visita degli uffici e delle segreterie per studenti in particolare, la conoscenza dell'ambiente in cui lavora il personale non docente addetto a questi servizi, sarebbero altamente istruttivi per molti.

Anche in questo campo è mancata una politica generale che facesse perno sulla necessità urgente almeno di un secondo Ateneo. Va però anche riconosciuto che molti organismi hanno frapposto ostacoli e creato ritardi nella realizzazione di opere quali le sopraelevazioni o nella utilizzazione di edifici acquistati dall'Università. Purtroppo la situazione è oggi di una gravità difficilmente valutabile in base alle sole cifre e, per quanto ho avuto occasione di constatare, non sempre adeguatamente percepita da chi opera in ambienti ben altrimenti proporzionati alle esigenze dei proprio lavoro. L'assoluta insufficienza degli spazi e l'inadeguatezza della loro strutturazione, il progressivo e grave decadimento delle strutture, il grave squilibrio tra le Facoltà e all'interno delle Facoltà fanno della situazione edilizia dell'Ateneo lo specchio più fedele della sua crisi progressiva e della difficoltà ad uscirne senza il ricorso a radicali cambiamenti.

L'apparato amministrativo, costretto ad operare in ambienti non idonei e certo non funzionali al coordinamento per settori, sulla base di normative pesanti e talora contraddittorie, continuamente modificate e complicate da nuove disposizioni o provvedimenti, angustiati dal precariato e dalle sperequazioni nel trattamento, è in crisi.

Va asserito a suo merito l'esser riuscito ad assicurare, di fronte ad una crescita esplosiva del servizio, la sopravvivenza di una sia pur ridotta funzionalità. Occorre, nel valutare le dimensioni dell'utenza della Università di Roma, tener conto della assoluta superficialità delle dichiarazioni che tendono a spostare l'attenzione sul fenomeno della ridotta frequenza, forse in un tentativo di rimozione delle colpe dei gigantismo. E' necessario riflettere al fatto che, oltre ad avere comunque il numero degli iscritti un'incidenza diretta sul lavoro amministrativo, l'85% di essi sostiene almeno un esame all'anno; è un dato poco noto ma, a mio avviso, molto significativo delle dimensioni reali dell'utenza.

Chiariti difficoltà e meriti, va onestamente detto che una struttura caratterizzata dall'impatto diretto con gli utenti e da una domanda molto articolata (si pensi alle esigenze di ricerca in un'area amplissima) o si struttura in maniera coerente a queste funzioni assumendo una sensibilità all'iniziativa e all'efficienza, alla capacità autonoma di risolvere i problemi, o è destinata a burocratizzarsi sempre di più e a creare ostacoli crescenti allo sviluppo di ogni processo di ripresa.

Sono convinto che questo dilemma non può essere evitato e perciò credo che non si sia esercitato un impegno adeguato in questo settore per coinvolgere il personale in un concreto discorso di ristrutturazione e di assunzione di responsabilità e per promuovere iniziative di qualificazione e aggiornamento; si sono poi lasciati praticamente fuori della porta gli strumenti moderni di gestione in presenza di grandi quantità di dati (calcolatore, microfilmatura, sistemi di riproduzione, ecc.). E in questo campo il ritardo, anche rimanendo nell'ambito strettamente nazionale, è notevole.

Sin qui ho cercato di presentare in modo organico gli aspetti più rilevanti del quadro generale, partendo dalla didattica e dalla ricerca e finendo sui principali aspetti ad essi funzionali: edilizia e apparato amministrativo. Mancano però alcuni aspetti di fondamentale importanza per completare il quadro e sono quelli relativi all'Opera Universitaria e al Policlinico.

Ognuno di questi recava in sé così profonde contraddizioni e poneva così pressanti problemi che già nel dicembre 1976 era chiaro che su di essi si sarebbe dovuto concentrare l'impegno nei primi mesi. Io credo che essi meritino un esame separato.

L'OPERA UNIVERSITARIA

L'Opera Universitaria è uno dei punti nodali della situazione universitaria e, come per gli altri aspetti esaminati, non solo per la sede romana.

Nella complessa storia di questa istituzione si può leggere quella del faticoso superamento di una concezione di tipo assistenziale e del difficile affermarsi, sia pure in linea di principio, del riconoscimento del “diritto allo studio”. Si può leggere anche il lentissimo processo di passaggio ad una gestione pubblica con regole ben definite. Sino a tutto il 1968 i servizi agli studenti sono stati gestiti attraverso organizzazioni private e solo successivamente dall'Opera Universitaria. Questa però viene retta da Commissari Straordinari di governo fino a tutto il 1974. E' solo con il 1975 che subentrano il Rettore o un suo delegato e un Consiglio di amministrazione rappresentativo delle varie categorie di docenti, degli studenti e degli enti locali. E vengono a trovarsi di fronte a una situazione di estrema difficoltà soprattutto per quanto concerne i problemi del personale: i compiti direttivi sono svolti prevalentemente da personale distaccato presso l'ente dall'Università, quelli esecutivi da personale in parte proveniente dalle organizzazioni private sciolte nel 1968, in parte assunto dai Commissari Straordinari di governo.

L'assenza di una precisa regolamentazione dello stato giuridico e di quello retributivo, insieme con l'eredità di “un modo straordinario” di governare, rende estremamente difficili le trattative con il personale addetto a servizi la cui interruzione ha una incidenza diretta e immediata sugli studenti fuori sede e non solo su di essi. E su queste trattative e sui provvedimenti intesi a ridurre i disagi conseguenti alla interruzione dei servizi si deve concentrare la maggior parte dell'attività di gestione.

E le strutture rimangono sostanzialmente le stesse; l'unico fatto rilevante è la convenzione con la Casa Internazionale dello Studente (CIS) del Centro Italiano Viaggi Istruzione Studenti (CIVIS) che consente di ospitare 370 studenti e di fornire dai 300 ai 500 pasti giornalieri. Non si riesce a creare un’organizzazione degli uffici e dei servizi che consenta di evitare i ritardi nell'erogazione del presalario e delle borse (da 1 a 2 anni) e di rispondere alle esigenze di manutenzione e miglioramento del complesso dei servizi.

Nel dicembre 1976 i servizi risultavano praticamente bloccati fin da quella che avrebbe dovuto essere la ripresa dell'attività dopo l'interruzione estiva con forme di sciopero a scacchiera, sciopero di poche ore al magazzino o alle caldaie o alla distribuzione dei buoni. Intanto pendeva sui deliberati del Consiglio di amministrazione e sui conseguenti provvedimenti del Rettore la spada di Damocle di una contestazione del Ministero della Pubblica Istruzione.

POLICLINICO UMBERTO I

Mi limiterò solo ad esporre i fatti nell'illustrare la situazione del Policlinico nel dicembre 1976. Questa appare fortemente condizionata da quanto era avvenuto tre anni prima. Come è noto, una pesante agitazione del personale paramedico nata dalla mancata inclusione di norme sullo stato giuridico e sul trattamento economico del personale non docente nei provvedimenti urgenti, aveva portato nel 1974 a:

1) un provvedimento legislativo (la legge 200) che assicurava la perequazione del personale non medico universitario a quello ospedaliero e ne consentiva il passaggio agli enti ospedalieri;

2) una convenzione tra Università e Pio Istituto.

Per quanto concerne la legge 200, nel dicembre 1976, circa 900 unità risultavano passate al Pio Istituto e circa 2.300 rimaste. La legge 200 risultava non applicata né nell'art. 1 né nell'art. 2 che concernono il riconoscimento di mansioni e l'assetto retributivo del personale non medico; non era ancora fissata una interpretazione di tali articoli e ciò era causa di un diffuso e profondo malcontento da parte del personale. In particolare il personale universitario risultava praticamente privo di organi di gestione amministrativa; gli uffici, per il passaggio della maggior parte del personale amministrativo al Pio Istituto, disponevano solo di undici unità che non riuscivano a impostare le pratiche relative alle 2.300 unità amministrate. Il personale era per questo in uno stato di esasperazione.

Per quanto concerne la convenzione il testo stesso con i relativi allegati firmati non risultava disponibile presso il Rettorato, la pianta organica (che avrebbe dovuto essere messa a punto entro 3 mesi) non era pronta e la remunerazione del personale medico era bloccata. Lo stato dei rapporti tra Università e Pio Istituto per assicurare la gestione del complesso era del tutto insoddisfacente. Non risultava fissata, in nessun documento, a distanza di 3 anni, la somma dovuta all'Università per l'uso dei padiglioni del complesso ospedaliero.

Il Pio Istituto deve, secondo la convenzione gestire i servizi (riscaldamento, condizionamento, pulizia) e assicurare la manutenzione ordinaria e in effetti costringe l'Università a surrogarla in quanto non ha creato una struttura proporzionata al nuovo compito che è quasi quadruplicato. La mia esperienza già nella prima settimana è traumatica: si è in continua, pressante fase di emergenza, per tamponare questa o quella falla, per evitare questa o quella chiusura. La situazione è così degradata che la forma prevalente di comunicazione è costituita da telegrammi e telefonate.

Per completare il quadro va osservato che l'Università aveva acquistato nel marzo 1974 il complesso Villa Madonna delle Rose in Tor Lupara su un suolo di 110.000 metri quadri con un edificio strutturato come clinica con una capacità di 360 posti letto e aveva condotto una trattativa con la Regione per stabilire le modalità di utilizzazione. Nel dicembre 1976 risultava che tali trattative non avevano portato a nessuna decisione concreta e che la Regione era orientata a non considerare utilizzazioni diverse da quelle dell'attivazione di un ospedale di zona.

Un'altra iniziativa era stata l'acquisto della Villa Tiburtina (un edificio strutturato come clinica con una capacità di circa 50 posti letto) nel febbraio 1974 da parte della fondazione Eleonora Lorillard Spencer Cenci che è presieduta dal Rettore. La fondazione dopo l'acquisto aveva avviato trattative informali con la Regione chiedendo di utilizzare tale clinica in accordo con i vincoli testamentari. Nel dicembre 1976 risultava che tali trattative non avevano portato a nessuna decisione e che la Regione era orientata a non considerare utilizzazioni diverse da quella dell'attivazione di un poliambulatorio.

PARTE II

L'ANNO 1977

OSSERVAZIONI GENERALI

E' di fronte alla situazione descritta nella prima parte (e che peraltro allo inizio non mi era in verità nota nei suoi termini reali) che mi sono trovato nell'assumere le funzioni di rettore.

A tale situazione, già di per sé difficile e complessa, diedero presto – dopo qualche settimana – una dimensione drammatica i fenomeni di contestazione del “movimento degli studenti”. Da essi non si può prescindere nel presentare il resoconto del tormentato anno accademico 1976-77. Né si può trascurare il condizionamento creato dall'agitazione del personale non docente nei mesi di maggio e giugno.

L'attività in questo periodo non è stata dunque di tipo ordinario e tuttavia il confronto con il programma da me presentato nella riunione del Corpo Accademico allargato il 14 ottobre 1976 è ugualmente possibile. Infatti, pur non trascurando una indicazione delle cose da fare, avevo soprattutto posto l’accento sul metodo di gestione, proponendo alcune scelte di fondo. Mi sembra utile qui riportarle estraendole dal testo.

a) stabilire un rapporto preciso, chiaro, pubblico con tutte le forze politiche, perché i problemi di fondo che devono essere affrontati sono sostanzialmente politici;

b) adottare un tipo di gestione che crede nella partecipazione di tutte le componenti;

c) inventare un metodo di gestione che contemperi funzionalità e partecipazione, utilizzando in maniera corretta i luoghi istituzionali delle decisioni – Senato Accademico, Consiglio di Amministrazione dell'Università e Consiglio di amministrazione dell'Opera – e creando intorno ad essi un tessuto di collegamento con i luoghi in cui si è più vicino ai problemi reali, facoltà e istituti;

d) operare contemporaneamente sui due orizzonti temporali, il presente e il futuro, con un impegno assiduo sia per rimuovere le difficoltà di ogni giorno sia per avviare l'azione per interventi più incisivi e generali;

e) scegliere come temi fondamentali la didattica e la ricerca, funzioni istituzionali dell'Università.

Rispetto a tali scelte ho cercato in quest'anno di mantenere il massimo di coerenza; in particolare sono convinto che il superamento di talune situazioni difficili sia soprattutto legato a un rapporto chiaro e costruttivo con le forze politiche e sociali.

Dopo un anno ci troviamo con alcuni provvedimenti legislativi che sono dovuti alla validità di questo rapporto e all'impegno del governo, degli enti locali, delle organizzazioni sindacali e delle forze politiche. Riservandomi di affrontare in dettaglio i vari temi, mi pare importante qui citare a titolo di esemplificazione:

a) la legge 808 per l'immissione in ruolo di tutto il personale non docente di tutte le Università e per la regolamentazione del personale dell'Opera Universitaria;

b) la previsione nella legge 382 del passaggio dell'Opera Universitaria alle Regioni;

c) il disegno di legge sulla seconda università di Roma e la sua presentazione al Parlamento.

Dopo un anno il nostro rapporto con tutte le forze politiche dell'arco costituzionale e con gli enti locali è caratterizzato da spirito di comprensione e da volontà di collaborazione: un rapporto dunque pubblico e chiaro, nel rispetto dell'autonomia e responsabilità proprie di ciascuna istituzione e quindi, ove necessario, dialettico, teso a recuperare rinnovandolo il ruolo culturale dell'Università concepita come sede primaria della ricerca e dell'istruzione superiore.

Un altro punto che ho cercato di attuare è la realizzazione di un tessuto di collegamento tra le Facoltà e gli organi decisionali di Ateneo per l'approfondimento dei problemi, l'analisi istruttoria delle proposte, la messa a punto di iniziative. Io credo che, pur con i limiti che ogni nuova struttura finisce con l'avere nella fase di avviamento, si sia riusciti per questa via a creare le basi per il superamento della disarticolazione dell'Ateneo e la elaborazione di linee di intervento riaggreganti. Certo non è che l'inizio, ma io credo che questa sia la via da seguire.

L'EMERGENZA

I problemi del personale dell'Opera Universitaria

Come ho già ricordato, l'Opera Universitaria risultava nel dicembre 1976 bloccata da alcuni mesi attraverso forme di sciopero a scacchiera, con la conseguenza di disagi estremamente gravi per gli studenti. Occorreva procedere all'assetto normativo e retributivo del personale, e ciò in assenza di un regolamento nazionale in gestazione da anni.

Alcune delibere del Consiglio di Amministrazione non erano state approvate dal Ministero della Pubblica Istruzione e altre erano di fatto bloccate. Grazie anche ad una trattativa con la Direzione Generale dell'Istruzione Superiore si riuscì ad ottenere il consenso a procedere, in vista del completamento del regolamento nazionale, all'assetto normativo e retributivo e ciò venne fatto dal Consiglio di amministrazione nella seduta del 19 gennaio. In questo modo si potette sbloccare la situazione e assicurare la ripresa dei servizi. Diedi successivamente la delega per la Presidenza al prof. Luigi Campanella che si è occupato dell'Opera da febbraio a giugno cioè nel periodo più difficile che ha vissuto l'Ateneo.

In questi mesi, mentre nell'Università si verificavano (occupazione, le violenze nei confronti dei docenti e le chiusure, il prof. Campanella si trovava a dover affrontare sia i problemi che il personale continuamente poneva nella fase di attuazione della delibera di gennaio sia quelli che nascevano dal concentrarsi presso l'Opera Universitaria, soprattutto nei periodi di chiusura dell'Ateneo, degli studenti del movimento. E' stata per lui una fase durissima nella quale non ho potuto dargli quell'aiuto che avrei voluto, impegnato come ero nei gravi problemi dell'Ateneo, ed io desidero qui testimoniargli la gratitudine per l'impegno che ha posto nel presiedere l'Opera e anche il coraggio con cui ha evitato, in giornate difficili, scontri tra operai e studenti.

La contestazione degli studenti

Negli ultimi giorni di gennaio si ebbero in vari Atenei, ma non nel nostro, manifestazioni di protesta per una circolare sui piani di studio e più in generale per il progetto di riforma di cui si parlava; erano segni premonitori di una ripresa della protesta studentesca. Il 1° febbraio nella città universitaria ci fu una incursione del FUAN con il ferimento grave di due studenti: fu la scintilla per l'innesco di un processo che nei giorni successivi si andò esaltando fino a portare all'occupazione della città universitaria. Si era venuta così a determinare una situazione gravissima che era resa più pesante dal controllo effettuato ai cancelli dagli studenti e dalle forme di intolleranza nelle assemblee. In quelle giornate dal 1° al 17 febbraio, che rimarranno nella mia vita come uno dei periodi più tormentati, mi sono trovato al centro di una situazione che non aveva solo dimensioni universitarie, come hanno poi confermato tutti i fatti verificatesi nella città e, più in generale, nel paese nei mesi successivi. Se quella situazione ha potuto essere superata si deve soprattutto all'impegno posto da tutto il Senato Accademico (che in quei giorni si riunì formalmente ben quattro volte, il 5, l'8, il 12 e il 14), alla solidarietà del Ministro della Pubblica Istruzione, di tutte le forze politiche e dei rappresentanti degli enti locali (Comune, Provincia, Regione). Ogni decisione fu presa dopo consultazione del Governo a ragione della delicatezza e complessità della situazione.

Quando si dovette chiamare la polizia all'Università e deliberarne la chiusura, in molti sentimmo che l'Università stessa ne usciva mortificata, anche se i provvedimenti si erano resi necessari in quanto ”il movimento” non aveva saputo escludere la violenza e l'intolleranza.

Il fenomeno si è andato sempre più spostando all'esterno dell'Ateneo verso la città. Ma un fenomeno pesante e intollerabile, malgrado la chiusura e malgrado la presenza della polizia, si è manifestato nei mesi di marzo, aprile e maggio: quello della violenza contro i docenti. Questo attacco, che in particolare nella facoltà di Scienze dura da anni, alla libertà di insegnamento, che è patrimonio fondamentale e irrinunciabile dell'Università, è un’offesa contro tutti ed è il segno, non il meno grave, della perdita di valori della nostra società. A tutti i docenti colpiti è andata e va la più completa solidarietà. Non posso poi dimenticare – anche se con il movimento degli studenti non è connesso – gli episodi delittuosi che hanno colpito anche la nostra Università. E tra questi il più grave è il ferimento del collega Cacciafesta; anche la nostra Università ha pagato un drammatico tributo alla concezione di gruppi determinati a colpire le istituzioni e nei confronti dei quali non può esservi che la condanna più netta e precisa.

L'assemblea permanente dei non docenti

Il personale non docente dell'Università aveva manifestato nei mesi più difficili dell'Ateneo un grande senso di responsabilità e di sacrificio, di cui anche in questa sede intendo dare il più convinto riconoscimento. Lavorare all'interno dell'Università nei mesi di cui ho appena riferito non è stata certo una scelta semplice. Le condizioni dell'ambiente di lavoro e la pressione di una domanda di servizi crescenti con le dimensioni hanno generato negli anni una situazione di malcontento comprensibile. La varietà delle situazioni e lo stato di precariato che incideva con il rapporto di due a tre era un ulteriore elemento di insoddisfazione. Il confronto con i dipendenti dell'Opera da un lato e del personale non medico operante nel Policlinico dall'altro esemplificano anche per il nostro Ateneo quelle sperequazioni che sono una piaga tipica del nostro paese.

E così esplode, come avviene in tutte le situazioni a lungo compresse, l'agitazione dei non docenti con il blocco totale dell'attività dell'Ateneo in un periodo in cui gli studenti dovrebbero sostenere esami di profitto e di laurea. E' una situazione molto difficile. Il Consiglio di Amministrazione non ha poteri per accogliere le richieste. Occorre tener conto del quadro legislativo, delle conseguenze su tutti i 50.000 dipendenti delle Università italiane e delle conseguenze di ogni decisione su tutto il pubblico impiego. Consapevoli di queste implicazioni, si opera attraverso una trattativa serrata con i Sindacati e un rapporto continuo con il Ministro della Pubblica Istruzione. E la situazione viene risolta attraverso una anticipazione e l'impegno del Ministro a trasformare in disegno di legge l'accordo con i Sindacati per l'immissione in ruolo di tutto il personale non docente delle Università e per la loro ricostruzione di carriera. I due rami del Parlamento hanno approvato in settembre il disegno di legge presentato dal Governo.

LA GESTIONE ORDINARIA

Prima di esaminare i vari aspetti della gestione ordinaria, desidero ringraziare tutti coloro che a questa hanno collaborato e al cui impegno va ascritto quel che si è riusciti a fare: i Presidenti delegati all'Opera Universitaria e il Presidente delegato al Centro Universitario Sportivo, i Presidenti e i membri delle Commissioni e dei gruppi di lavoro, il Direttore amministrativo e l'Amministrazione tutta.

La struttura gestionale. La politica seguita nella gestione degli organi istituzionali (29 sedute del Senato accademico e 23 sedute del Consiglio di amministrazione) è stata intesa a valorizzare le diverse potenzialità in essi presenti (da un lato la componente accademica in rappresentanza dei Consigli di Facoltà e dall'altro i rappresentanti delle diverse categorie di docenti e non docenti, degli enti locali, ecc.) favorendone la collaborazione, pur nel rispetto delle competenze, attribuzioni, funzioni proprie di ciascun organo. La collaborazione si è potuta stabilire anche attraverso la costituzione di grippi di lavoro misti, con membri nominati sia dal Senato accademico sia dal Consiglio di amministrazione, nella convinzione che alla base di ogni decisione di carattere amministrativo alla quale sia interessata l'Università si trova un problema di scelta riguardante le funzioni didattiche o scientifiche.

Una misura dell'efficacia della politica intesa a stabilire un clima di collaborazione si può riscontrare nel fatto che quasi tutte le decisioni su problemi di rilievo sono state prese sia al Senato accademico che al Consiglio di amministrazione all'unanimità.

Accanto agli organi istituzionali di decisione è stata sperimentata una struttura istruttoria che si compone di commissioni permanenti, commissioni temporanee, gruppi di lavoro. Le cinque commissioni permanenti svolgono attività propositiva nei confronti degli organi di gestione per le questioni attinenti l'attività didattica, la ricerca scientifica, il settore edilizio, il personale non docente, i sistemi di calcolo automatico. La composizione delle prime due riflette la struttura accademica, con un rappresentante per ciascuna facoltà, due rappresentanti del Consiglio di Amministrazione e un rappresentante del Rettore; le altre tre sono composte da due rappresentanti del Senato Accademico e, rispettivamente, del Consiglio di Amministrazione, da due Funzionari dell'Amministrazione universitaria e da un rappresentante del Rettore.

Come già osservato, il compito di queste commissioni è essenzialmente di natura istruttoria nel rispetto sia delle autonomie proprie dei luoghi istituzionali delle decisioni, sia delle funzioni proprie dell'Amministrazione. Si tratta, in effetti, di un esperimento di intervento sulla gestione di un organismo complesso, la cui funzionalità va verificata ed il cui modo di operare, nei rapporti con gli organi decisionali – da un lato – e con le facoltà – dall'altro – può essere migliorato. L'esperienza delta prima fase di lavoro è stata comunque positiva, sia in generale per il contributo all'opera di ricomposizione della già lamentata frammentazione dell'organismo universitario sia in particolare per i risultati che si sono conseguiti nei diversi settori, ai quali si farà un cenno più oltre.

Accanto alle precedenti, sono state istituite Commissioni temporanee, per problemi e iniziative di carattere particolare (i rapporti con gli enti locali, il progetto di un Centro Sperimentale per le applicazioni della televisione e delle tecniche di insegnamento a distanza) e gruppi di lavoro (per l'automazione dei servizi amministrativi, per il Museo della Scienza).

La didattica. Il lavoro svolto in questi mesi si è concentrato sullo sforzo di migliorare alcuni dei servizi essenziali per gli studenti. Si è partiti con l'intento di migliorare in modo sostanziale i servizi di informazione e di documentazione, la cui disponibilità è più che mai essenziale in una Università di massa. Sono stati approntati in tempo utile gli ordini degli studi per tutte le Facoltà (colmando lacune in alcuni casi poliennali); si è avviata la istituzione presso ogni Facoltà, di uno o più centri di informazione nei quali possono essere facilmente reperite le notizie relative allo svolgimento dei corsi, alla disponibilità dei docenti, ecc.. si sta procedendo alla stesura di un documento informativo nel quale troveranno posto sia una descrizione dei servizi didattici offerti sia le informazioni riguardanti le procedure amministrative. Per orientare gli studenti alle scelte del corso di laurea, ci si è avvalsi della collaborazione della RAI-TV che ha organizzato un ciclo di trasmissioni televisive a carattere regionale sull'argomento. Si è trattato di una “esperienza nuova” sia per l'ente radiotelevisivo, sia per l'Università, dalla quale si potrà trarre spunto per ulteriori iniziative.

In sintesi, una serie di interventi a carattere limitato, che non hanno ancora coinvolto problemi di fondo, ma la cui esigenza rendeva impossibile ulteriori dilazioni.

Desidero segnalare, per la sua importanza dal punto di vista delle prospettive, il lavoro della Commissione che sta elaborando il progetto di un Centro Sperimentale per le applicazioni della televisione e delle tecniche di insegnamento a distanza. L'obiettivo è quello di portare, attraverso l'uso di nuove tecniche di comunicazione, un contributo concreto alla didattica.

La ricerca. Gli interventi in questo settore possono essere così riassunti:

a) è stato effettuato per la prima volta un tentativo di coordinamento per l'utilizzazione dei fondi destinati alla ricerca scientifica e assegnati dall'Amministrazione universitaria stessa o dal Ministero della Pubblica Istruzione. In questo ambito, l'Assemblea generale dei rappresentanti presso il Consorzio per l'Incremento Scientifico ha deciso lo scioglimento del Consorzio stesso e i fondi di competenza di quest'ultima sono stati destinati ad incrementare quelli relativi ai contributi per i programmi di ricerca. E' stato anche istituito un fondo per l'organizzazione di congressi scientifici;

b) allo scopo di promuovere la ricerca applicata e finalizzata alle soluzioni di problemi della realtà in cui operiamo è stata messa a punto una convenzione quadro con la Regione Lazio, nella quale potranno essere inserite tutte le future iniziative di collaborazione con questo Ente. Sono in corso trattative per la stesura di una convenzione analoga con il Comune di Roma;

c) come prime iniziative dirette al potenziamento e all'avvio di progetti di ricerca di particolare rilievo si possono ricordare il significativo contributo accordato per il potenziamento della missione archeologica in Siria (scavi) di Ebla e l'inizio delle attività dell'Istituto Pasteur – Fondazione Cenci Bolognetti (per iniziative scientifiche nel campo delle scienze pasteuriane). Il Consiglio di Amministrazione di questo Ente, che è stato insediato nell'anno trascorso, ha deciso di istituire borse di studio per docenti e tecnici da usufruirsi in paesi esteri;

d) come iniziativa culturale a carattere generale desidero citare l'istituzione di un gruppo di lavoro per lo studio e la realizzazione di un Museo della Scienza e del Lavoro in Roma. Questo gruppo, nel quale sono presenti rappresentanti accademici, del Ministero della Pubblica Istruzione e dei Beni Culturali, della Regione Lazio e del Comune di Roma, ha per compito la messa a punto di un progetto per la realizzazione di un Museo aperto alla città, partendo dalla utilizzazione del patrimonio storico-scientifico della nostra Università.

Edilizia. La soluzione dei problemi edilizi è condizione indispensabile per la riuscita di qualsiasi programma di sviluppo e di rinnovamento nell'Università di Roma. La difficoltà nell'operare in questo settore risiede soprattutto nella necessità di assicurare un giusto equilibrio tra l'attuazione rapida delle soluzioni a breve termine e la messa a punto di programmi a lungo termine; risiede anche nella necessità di intervenire in modo sistematico nella situazione attuale senza che si subisca il contraccolpo del blocco di ogni attività per un periodo consistente.

Da ciò nasce l'esigenza di un'azione parallela nelle seguenti direzioni:

a) mandare avanti, nell'ambito di programmi e procedure esistenti, il maggior numero di iniziative per l'utilizzazione delle risorse disponibili (sopraelevazioni nell'ambito della Città Universitaria, adattamento di Villa Mirafiori, ammodernamento del Policlinico) e per l'acquisizione di ulteriori spazi (restituzione di due terzi dell'area occupata dal Ministero della Difesa al Castro Laurenziano, consegna di Palazzo Baleani, avvio dell'esproprio di Palazzo Scotti, ottenimento dal Comune di una deroga al piano regolatore che consenta la attivazione dei progetti previsti dal programma edilizio);

b) impostare l'attuazione del programma edilizio, per il quale si è riusciti ad ottenere, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione il significativo contributo di 60 miliardi di lire.

Amministrazione. Gli interventi destinati al miglioramento dell'efficienza dei servizi amministrativi sono stati limitati sia a causa della situazione di emergenza determinatasi in maggio-giugno, sia per la intrinseca difficoltà del problema.

Appare anzitutto opportuno dare atto al personale di notevole disponibilità sia ad assicurare un efficiente funzionamento anche in condizioni di lavoro difficili (emergenza di febbraio-marzo) sia a lavorare per il miglioramento dei servizi stessi. Un contributo in questa direzione è dovuto senza dubbio al coinvolgimento del personale dell'Amministrazione nel “tessuto” istruttorio che caratterizza questo tipo di gestione.

Sul piano degli interventi concreti c'è da segnalare:

a) lo snellimento di alcune procedure amministrative (missioni, autorizzazioni di spesa, borse di studio), anche se molto rimane da fare;

b) la prosecuzione dei complesso programma di automazione del lavoro della segreteria e della ragioneria e l'avvio del trattamento automatico delle pratiche amministrative anche per il personale (applicazione della legge 200 al personale paramedico del Policlinico e l'impiego di una procedura analoga per l'applicazione della legge n. 808);

c) l'avvio del lavoro istruttorio per la ristrutturazione degli uffici.

Calcolo automatico. Anche in questo campo è convenuto procedere parallelamente intervenendo da un lato per migliorare la situazione esistente e programmando dall'altro la soluzione per la situazione futura. Per quanto riguarda il breve termine sono stati stanziati (dal Consiglio di amministrazione) 250 milioni di lire per ciascuno degli anni accademici 197677 e 1977-78 per il potenziamento del Centro di Calcolo Interfacoltà; è stato ricostituito il Consiglio Direttivo, è stata decisa l'acquisizione, dopo l'incendio, di un nuovo calcolatore con maggiori potenzialità e in grado di fornire migliori prestazioni. Sono stati anche programmati il potenziamento del Centro Elettronico del Rettorato ed il suo utilizzo nei problemi di automazione dei servizi amministrativi. Per quanto riguarda il medio termine è stata ottenuta dal Ministero della Pubblica Istruzione l'autorizzazione a istituire il Consorzio di Calcolo Elettronico, nel quale si dovrebbero integrare le attività dei due centri esistenti, con funzioni di calcolo scientifico, gestione dati amministrativi e contabilità.

Opera Universitaria. - L'impegno per l'Opera Universitaria è stato assorbito, in larga parte, dalla soluzione dei problemi del personale e di questo ho già avuto occasione di riferire nella descrizione delle situazioni di emergenza. Tuttavia è stato possibile, pur nella gestione ordinaria, raggiungere alcuni primi risultati; tra questi conviene ricordare la decisione dell'Istituto Autonomo Case Popolari per la costruzione di una Casa dello Studente al Laurentino capace di 700 posti (attualmente la disponibilità è di 1.200 posti), la decisione di aprire una mensa presso la Facoltà di Economia e commercio che dovrebbe distribuire pasti per 3.000 utenti al giorno (attualmente la potenzialità è di 8.000 pasti), il potenziamento del personale dell'Opera, che si è concretato nell'assegnazione all'Opera stessa dei 65 operai precedentemente occupati nel disciolto CIVIS e nell'autorizzazione ad assumere 35 operai. L'impegno al miglioramento dei servizi agli studenti si è manifestato nella realizzazione di un certo numero di iniziative concrete quali lo snellimento delle procedure per l'attribuzione dell'assegno di studio e la concessione di un contributo per le spese di trasporto.

Il Policlinico. - L'impegno per il Policlinico e più in generale per affrontare i complessi problemi dei rapporti tra l'Università e la struttura sanitaria si è esercitato lungo due linee.

La prima ha avuto ed ha per obiettivo il recupero funzionale del Policlinico attraverso provvedimenti in parte realizzati, in molta parte da attuare; è, cioè, una linea di impegno alla risoluzione dei problemi di funzionalità, nel breve termine. Ad essa si possono ricondurre i provvedimenti per il personale non medico (legge 200, ristrutturazione degli uffici) e medico (delibera di attuazione dell'accordo nazionale unico), per le strutture e le attrezzature (finanziamenti di vari interventi edilizi e utilizzazione di consistenti fondi per il rinnovo delle attrezzature), per la istituzione di nuovi servizi. Attualmente si sta affrontando il problema dell'adeguamento degli organici del personale paramedico con l'obiettivo di pervenire al pieno impiego di tutte le strutture assistenziali. Per questo complesso di interventi si è potuto contare su un rinnovato rapporto di collaborazione con il Pio Istituto e con l'Assessorato alla Sanità della Regione.

La seconda linea è invece consistita in un non facile processo di messa a punto dei complessi problemi che occorre risolvere per definire in modo chiaro il quadro della collaborazione tra l'Università, di cui è parte la Facoltà di Medicina, e la Regione, che ha la responsabilità dell'assistenza sanitaria. L'esigenza del rapporto tra sistema universitario e sistema sanitario nasce dal fatto che ricerca e insegnamento nel campo della medicina sono legati al problema della assistenza. Le forme in cui tale interazione si può esplicare meriterebbero un apposito esame ed un dibattito sull'argomento è a mio avviso importante; si dovrà trovare il modo per organizzarlo. A me preme per ora sottolineare che il problema solleva alcune questioni di fondo, che non sono limitate alla Facoltà di medicina ed investono aspetti essenziali del ruolo dell'Università. Una questione è quella che nasce dalla utilizzazione delle potenzialità e delle risorse universitarie nella funzione dell'assistenza sanitaria e più in generale nelle funzioni anche di prevenzione, proprie del sistema sanitario; si tratta di uno dei possibili esempi di collegamento dell'Università ai problemi concreti della società in cui l'Università opera. Il modo in cui si affronta la questione in questo settore non può essere scorrelato da un'impostazione generale dei rapporti Università-Società, nel momento in cui si cerca di realizzare un più ampio spettro di collegamenti (Architettura, Economia, Ingegneria, Scienze ecc.).

Una seconda questione è quella che nasce dal modo di concepire la formazione professionale. Si tratta di stabilire se il ruolo dell’Università per tale formazione debba rimanere primario o no, se, in altri termini, la preparazione debba avvenire o no sotto la responsabilità dell'istituzione che è sede primaria della ricerca. E' chiaro che una questione di questo genere non riguarda solo medicina, ma investe tutti i settori professionali. Poiché, come io credo, la risposta deve essere positiva, rimangono da stabilire le forme nelle quali altre istituzioni possono concorrere, in un rapporto di leale collaborazione ma di distinte responsabilità, ad una migliore preparazione professionale. E questo problema non può essere risolto partendo dalle difficoltà o disfunzioni contingenti, ma guardando all'incidenza in prospettiva delle scelte che si propongono.

Mi sono fermato su questi due problemi, perché sono convinto che essi costituiscono due nodi essenziali, sui quali il dibattito non è stato a mio avviso adeguato. Solo così si può spiegare la varietà di situazioni che sussistono nel nostro paese nei rapporti Università-sistema sanitario, la molteplicità di proposte e la generale indecisione. E' chiaro che se non si stabilisce un quadro di riferimento preciso basato su una ridefinizione chiara dei rapporti Università. Società e del ruolo dell'Università nella formazione professionale, si finisce con l'assumere posizioni sulle quali le situazioni contingenti e i bisogni o gli interessi di singoli o di gruppi esercitano un peso prevalente. E quindi anche la analisi delle singole situazioni diviene difficile e si può essere portati a esprimere giudizi fortemente contrastanti solo perché si adottano ottiche diverse.

A questo processo di chiarificazione in quest'anno abbiamo cercato di dare un contributo, stabilendo punti precisi di riferimento per una trattativa che ormai si impone e che costituirà un notevole impegno nei prossimi mesi per affrontare in un contesto globale, i problemi del rapporto tra Università e Regione in questo campo e definire i termini di un protocollo di intesa. E' in questo ambito che si collocano i problemi che nascono dalla disaggregazione in più enti del Pio Istituto e della nuova convenzione, la utilizzazione di Villa Madonna delle Rose e di Villa Tiburtina, della collaborazione con gli enti ospedalieri, delle scuole di specializzazione per il personale medico e paramedico.

I servizi sociali. - Altro problema affrontato è stato quello dei servizi sociali, trovati nel loro complesso in condizioni del tutto insoddisfacenti, incompleti e fra loro disarticolati. Non è un'opera facile, per difficoltà obiettive, riuscire a sanare rapidamente una tale situazione; tuttavia i vari problemi sono stati affrontati con la ferma intenzione di portarli a soluzione ed alcuni sono già stati sia pure parzialmente risolti:

- entro il prossimo mese saranno consegnati alla Cooperativa i locali destinati allo spaccio; parallelamente si stanno studiando gli interventi possibili per facilitare alla Cooperativa stessa l'avvio della sua attività;

- la situazione finanziaria del Centro Universitario Sportivo è stata sanata ed è stato costituito il Comitato previsto dalla legge che dovrà d'ora in poi sovrintendere agli indirizzi di gestione ed ai programmi di sviluppo delle attività del Centro stesso;

- per quanto riguarda il Dopolavoro è stato approntato un progetto di ristrutturazione che consentirà di rendere agibile la palestra e di aumentare, sia pure modestamente, la disponibilità di spazio per attività sociali; tale progetto avrà attuazione non appena inizieranno i lavori di ripristino del teatro, dato che dopolavoro e teatro hanno sede nello stesso fabbricato e che alcuni locali interessano ambedue le attività;

- per il teatro si è in attesa di una licenza di costruzione del Comune che consenta la sistemazione in nuovi locali dell'Istituto di Storia del Teatro che attualmente occupa i foyers ed altri locali accessori che debbono essere liberati prima di iniziare i lavori di ripristino;

- più complessa si presenta la realizzazione dell'asilo nido per la quale è stato affidato alla Commissione Edilizia di Ateneo il compito di studiare tutte le possibilità, a breve e medio termine, tenendo presente che l'attuale asilo nido non è praticamente disponibile per i figli del personale universitario.

Le questioni riguardanti il potenziamento dei servizi sociali esistenti e la istituzione di nuovi sono molte e spesso di laborioso svolgimento; è perciò mia intenzione prevedere una specifica struttura amministrativa.

CONCLUSIONI

Nell'avviarmi alla parte conclusiva di questa relazione, dopo l'analisi della situazione del nostro Ateneo e dell'attività esplicata nel 1977, non posso non manifestare la preoccupazione per i tanti problemi che restano irrisolti e che possono dare luogo a ulteriori periodi di crisi acuta. Benché dopo un anno si sia, rispetto ai problemi del personale non docente, in una situazione molto più definita (con la eliminazione di tutte le situazioni precarie), l'attesa del contratto nazionale da un lato e la presenza delle sperequazioni dall'altro mantengono il personale universitario in uno stato di insoddisfazione: problemi irrisolti al Policlinico e nuove richieste all'Opera costituiscono elementi di ulteriore preoccupazione.

L'attesa della riforma, che sulla base delle esperienze del passato non può certo essere fiduciosa, non elimina, anzi in alcuni casi accentua, lo stato di insoddisfazione dei docenti, in maniera diversa nelle sue varie componenti ma certo senza molte eccezioni.

Anche per gli studenti rimangono sostanzialmente tutti i problemi, dalla insicurezza per il futuro ai disagi del presente. Se poi si collocano questi dati nel quadro generale della crisi del paese e nel clima drammatico determinato dalla violenza e dal terrorismo, occorre essere preparati a periodi difficili. E' proprio per questo che mi pare importante ribadire, sia pure brevemente, con quale tipo di impostazione occorre affrontare i problemi e quale ruolo possiamo svolgere rispetto ad essi.

Rimane, in me, dopo un anno di esperienza all'interno dei problemi, la convinzione profonda che l'unico metodo che abbia prospettive di successo in questa opera, che non è nè facile nè breve, deve far perno su due punti:

a) un rapporto chiaro ed esplicito, pubblico con il governo e le forze politiche e sociali inteso a definire la parte e le responsabilità che ciascuno si deve assumere;

b) un impegno che venga dall'interno dell'Università, che parta dalle sue potenzialità, dai contributi che da tutte le sue componenti possono venire.

E in ogni azione, in ogni intervento deve essere tenuto presente che l'Università deve svolgere il ruolo che le è proprio, di sede primaria della ricerca e dell'istruzione superiore.

Il destino dell'Università come istituzione – come ho già detto – si gioca sul tema dell'intreccio ricerca-didattica e su questo la nostra posizione deve essere di assoluta chiarezza e intransigenza. Molti corollari seguono da questa concezione e molti punti di incontro si possono trovare sui temi controversi dei vari progetti di riforma.

Ma l'azione per la ricerca nell'Università va svolta ogni giorno, sui problemi concreti, partendo dal presente, senza rinvii. Nessun progetto può cambiare la situazione in questo campo dall'oggi al domani, vi sono tempi naturali non modificabili e sono certo più lunghi di quanto possa apparire a chi della ricerca si occupa solo in termini di programmazione.

Impegno, rigore, intransigenza, onestà intellettuale devono caratterizzare il clima in questo settore. E con una chiara presa di posizione nella difesa della ricerca fondamentale, della ricerca di base; insieme con essa può e deve esserci l'impegno concreto a contribuire anche a progetti di ricerca finalizzata di più immediato interesse per i problemi attuali della società nella quale operiamo.

L'altro aspetto fondamentale, a mio avviso, del nostro impegno è quello di affrontare, con spirito di creatività e disponibilità al cambiamento, il problema della revisione dei profili professionali. Anche questo non è un problema che si possa risolvere con provvedimenti legislativi studiati a tavolino, richiede un lavoro di indagine e di approfondimento, di confronto con le esigenze reali del sistema economico e produttivo, con le esperienze delle istituzioni degli altri paesi. Richiede un dibattito serio nel quale poi non è possibile prescindere dall'esigenza di affrontare il problema del rapporto tra preparazione professionale e formazione critica.

Io sono assolutamente convinto che il nostro impegno deve aver per obiettivi i due punti seguenti:

a) l'Università protagonista nello sviluppo della ricerca scientifica;

b) l'Università protagonista nella rielaborazione dei curricula della preparazione professionale e dei metodi di formazione.

Si tratta cioè di contribuire al futuro, nella fase di trasformazione che attraversiamo, nei settori di nostra più specifica competenza. E in questo senso l'Università deve divenire uno degli interlocutori fondamentali del progetto di riforma la cui definizione non può prescindere dal fatto che dovranno essere poi coloro che nell'Università operano – docenti, non docenti e studenti – a darne concreta attuazione.

E il nostro impegno deve potersi svolgere in un clima di libertà, di pluralismo ideologico e critico, l'unico nel quale l'Università può sviluppare la sua funzione culturale e dare così un contenuto concreto alla sua autonomia.

E qui devo fermarmi su un problema fondamentale che è quello dell'intolleranza ideologica e della violenza in tutte le sue forme; rispetto ad essa occorre ribadire una condanna chiara e precisa. La consapevolezza della crisi che attraversiamo e delle sue implicazioni non può giustificare un clima di violenza. Nè possiamo rimanere indifferenti rispetto agli episodi di terrorismo che colpiscono la città di cui siamo parte e con la quale dobbiamo mantenere e approfondire un rapporto di partecipe collaborazione.

Ho posto l'accento in queste note conclusive sul metodo e sugli obiettivi; da essi scaturiscono poi i programmi di intervento, che sia pure in piccola parte abbiamo avviati. Non posso però concludere senza ribadire – come è stato fatto in tutte le sedi – che ogni sforzo è destinato a fallire se non si scioglie – e presto – il nodo della seconda Università a Roma.

Solo una decisione concreta può costituire il segno che le forze politiche e sociali vogliono che questo Ateneo si salvi; le parole e le promesse non bastano più. Ulteriori rinvii suonerebbero come una condanna al progressivo rapido decadimento di questa istituzione.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
16/01/1978 - Tipologia: Relazione - Argomento: Università e Ricerca