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Molti errori e con dieci anni di ritardo

La Repubblica

Il provvedimento non risolve i nodi essenziali degli atenei. La lacuna più grave riguarda il problema della ricerca scientifica: se non si rimedia avremo una università dequalificata

A dieci anni dalla primavera del '68 e a quasi due dall'inverno '77 l'Università affronta il nuovo anno accademico senza che la mitica riforma sia stata approvata. Ancora una volta «considerato che è urgente e necessario assicurare un regolare e ordinato inizio del prossimo anno accademico» sono state varate misure urgenti: «i provvedimenti di transizione sul personale universitario».

La profondità della crisi del sistema universitario da tutti riconosciuta, la conclamata volontà di risolvere la questione universitaria, il lungo lavoro della commissione del Senato e degli uffici studio dei partiti, la disponibilità ad una serena valutazione della varietà delle proposte e l'attenta analisi dei rapporti di forza non sono stati sufficienti a vincere le resistenze al cambiamento. Il provvedimento di transizione, anche se contiene alcuni riferimenti alla riforma, anche se presenta per i docenti una soluzione non provvisoria nella quale si può riconoscere - malgrado le variazioni dell'ultimo periodo - il risultato delle discussioni della commissione parlamentare, lascia irrisolti i nodi essenziali. A questi occorre aggiungere il peso delle variabili connesse ai modi e ai tempi di attuazione; si pensi al ruolo certo non secondario che tali variabili hanno svolto nei provvedimenti urgenti del 1974. E l'ambiguità sui tempi si riflette all’interno stesso del prov-vedimento con la previsione (nell'art. 1) - in caso di mancata riforma del termine per un provvedimento sulle incom-patibilità ed il tempo pieno (anche se si tratta di una giusta misura di prudenza!) e di un periodo di tre anni (!!) per gli stanziamenti per la ricerca scientifica.

E' dunque rispetto a questo quadro più generale del cammino verso la riforma, della distanza dall'obiettivo, che occorre giudicare il provvedimento.

In questa ottica io credo si possa considerare positivo l'allargamento del provvedimento ai non docenti, al diritto allo studio, alla ricerca scientifica. In questo modo si dà una soluzione, sia pure parziale e tutta da verificare, a problemi reali, ma si attua anche quel processo di allargamento del fronte per la riforma, che consente di uscire dalle secche dei problemi del personale.

Più difficile è il giudizio sui provvedimenti per il personale docente, dove si possano individuare luci ed ombre. Si deve però riconoscere che il groviglio delle contraddizioni accumulatosi in questi anni, la varietà delle posizioni e il complesso delle resistenze e delle spinte erano tali che nessuno, credo, poteva individuare con sicurezza la soluzione. Certo le procedure di inquadramento determinano sperequazioni evidenti che dovrebbero venire corrette in sede parlamentare: ma non risulterà modificata la struttura del provvedimento. Ad esso mi limiterò a riconoscere un aspetto positivo - l'aver stabilito in modo chiaro per il futuro che il passaggio da una fascia all'altra avviene per concorso - e a muovere una critica: l'aver adottato, per l'immissione dei giovani, il ruolo ad esaurimento degli aggiunti e soprattutto non aver colto l'occasione per avviare la sperimentazione del dottorato di ricerca, creando così un ulteriore punto di riferimento per la riforma.

Ed ora vorrei fermarmi su quella che considero la limitazione più grave del provvedimento, una limitazione che, se non intervenissero modifiche significative, implicherebbe l'accettazione di fatto di un'ottica di dequalificazione che distorce e tradisce la specificità della istituzione basata sul binomio didattica-ricerca. La «anticipazione della riforma» deve dare il segno tangibile di un mutamento della politica seguita in questi anni per la ricerca nell'Università, finora così chiaramente tesa a frenare quest'attività che difficilmente si sfugge al sospetto di una scelta precisa. L' unico sostegno reale all'attività di ricerca è venuto all'Università in questi anni dagli Enti di ricerca mentre si è continuato a prevedere stanziamenti diretti inadeguati e non si è né creato né favorito il sorgere di organi di coordinamento intesi ad evitare la polverizzazione dei contributi. La più grossa concentrazione di ricercatori del nostro paese, quella che conserva malgrado tutto le più grandi potenzialità di ricerca, è stata costretta a sopravvivere in una situazione mortificante. Gli effetti sulla formazione dei giovani e delle nuove leve di ricercatori e docenti, sul mancato contributo, anche critico, che poteva essere dato allo sviluppo del paese sono la più precisa condanna della politica della ricerca per l'Università. Ed ora nessuno di coloro che credono nell'Università ed in essa continuano ad operare può rassegnarsi a constatare che i nuovi provvedimenti, anche se, a differenza di quelli del 74, non ignorano la parola ricerca, si riducono a trasferire nelle sei righe dell'art. 11 le decisioni di bilancio già prese (incremento di 8 miliardi per tre anni) e a rinviare il problema della gestione (senza una esplicita abrogazione dell'attuale nor-mativa, e senza che contemporaneamente sia istituito il nuovo organo di programmazione).

Occorre uscire dalla logica perversa che ci lega alle contraddizioni accumulatesi in questi anni, occorre nella fase di transizione delle strutture di formazione superiore, tra il variare delle opinioni e dei progetti, dare un orientamento chiaro, netto, senza equivoci: l'Università deve essere la sede primaria di ricerca. Se non si ha il coraggio di fare subito in Parlamento questa battaglia, credo che il respiro dei provvedimenti rimanga corto e appiattisca, come oggi si dice, verso i problemi corporativi la grande questione universitaria; l'Università sarà forse di massa ma dequalificata.

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Autore: Antonio Ruberti
04/11/1978 - Tipologia: Articolo - Argomento: Università e Ricerca