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IN RICORDO DI ALDO MORO

Notiziario dell'Università di Roma

Nella prima ricorrenza dell'assassinio di Aldo Moro, professore presso il nostro Ateneo, si è tenuta una cerimonia commemorativa presso la Facoltà di Scienze Politiche cui hanno preso parte, oltre al Ministro Spadolini ed al preside della Facoltà Monaco, numerose personalità. Nel corso della cerimonia un'aula della Facoltà è stata intitolata allo statista scomparso.

La sera stessa, nel corso di una manifestazione al Teatro dell'Opera con l'intervento del Presidente della Repubblica, la figura e l'impegno di Aldo Moro sono stati ricordati dal Rettore del nostro Ateneo e dal giudice della Corte Costituzionale Leopoldo Elia. Riportiamo il testo dell'intervento che il Prof. Ruberti ha fatto in tale circostanza.

“E' trascorso un anno dall'assassinio di Aldo Moro e il terrorismo continua a sviluppare il suo disegno eversivo: i suoi colpi danno una cadenza tragica alla crisi del nostro paese e continuano a inoculare un veleno pericoloso nel corpo della nostra democrazia.

Ma l'assassinio dei cinque uomini della scorta freddamente compiuto il 16 Marzo, la lunga disumana prigionia prima e l'assassinio poi di Aldo Moro apparvero, e rimangono, il momento più acuto dell'attacco terroristico allo stato.

Il tempo ha incominciato a consumare la memoria di quei giorni, dei sentimenti e delle emozioni di quelle ore crudeli. Un rischio grande perciò incombe sui momenti di riflessione dedicati a quell'avvenimento, il rischio che essi non siano illuminati dalla sincerità dell'emozione, e peggio, si appannino dell'ombra di analisi troppo sottili e prudenti.

Noi dobbiamo invece, rispetto a quel delitto, conservare la tensione che ci attanagliò tutti e arricchirla con la forza di una razionalità lucida che ci consenta di giudicare con chiarezza. Il 9 Maggio fu compiuto un delitto politico, fu assassinato uno dei principali protagonisti di un disegno politico nuovo. Se dimentichiamo questo, se non ricordiamo ciò che emerse subito con assoluta evidenza, noi non rispettiamo il messaggio di Aldo Moro e rinunciamo a capire il valore emblematico che il suo sacrificio è destinato ad avere nella storia del nostro paese, quel sacrificio che rende la sua figura e insieme la sua azione politica patrimonio di tutti coloro che credono nella democrazia.

In questo quadro si colloca il ricordo di Aldo Moro, la sua lezione politica, il suo impegno civile. La memoria della sua sofferenza e della sua morte è legata profondamente al suo disegno inteso a consolidare la difficile democrazia italiana, ad allargare il respiro della vita democratica del nostro paese attraverso lo sforzo congiunto di forze politiche, sociali e culturali diverse.

Su Aldo Moro, sul suo itinerario politico, sul suo ruolo nelle vicende della storia della repubblica dalla fase costituente al governo del 16 marzo è stato detto e scritto molto. Io credo però che, per comprendere alcuni tratti essenziali della sua personalità, occorra partire dal fatto che egli era, oltre che un politico insigne, un fine studioso e un docente universitario che aveva voluto e saputo rispettare e praticare, fino in fondo, con assiduità umile e al tempo stesso straordinaria, l'impegno didattico, l'attività di ricerca, la guida dei suoi collaboratori e dei suoi studenti, accanto ai gravosi impegni dell'attività politica e parlamentare. E' per questo che noi universitari abbiamo sentito con particolare acutezza la crudeltà del crimine: in lui noi abbiamo visto colpito anche l'uomo di cultura che aveva saputo portare nella politica quella pienezza intellettuale e quel gusto dell'esperimento che caratterizzano l'uomo di studio e di ricerca. Io credo anche che la consuetudine del rapporto con i giovani che costituisce una delle caratteristiche più stimolanti della vita universitaria e che mantiene vivo, attraverso la dialettica delle generazioni, il legame con la realtà che muta, sia stato elemento non secondario della capacità che egli aveva di cogliere i segni di cambiamento e di trasformazione della nostra società.

Così avviene per i fenomeni di contestazione del '68, il cui significato egli intuì con acuta sensibilità. “Tempi nuovi – egli disse nel novembre '68 – si annunciano ed avanzano in fretta come non mai.

Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone di ombra, condizioni di insufficiente dignità e di insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l'ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all'intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani sentendosi a un punto nodale della storia non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”.

La disponibilità intellettuale che vibra in queste frasi è, a mio avviso, un elemento importante della sua complessa personalità, è una chiave che consente di individuare il filo che lega le tappe del suo itinerario politico. E' da questa esperienza che si sviluppa, lungo un decennio in cui meditazione e riflessione hanno un ruolo importante, un orientamento nuovo, quello da lui stesso denominato della “terza fase”. Fu si “uomo di partito – come è stato detto - tenacemente ancorato a un mondo ideale e politico, ma ebbe sempre viva la coscienza di sapere e voler guardare oltre il proprio campo, di sapere interrogare e interrogarsi sugli altri campi”.

E a me sembra significativo ricordare, come esempio di questa capacità, il suo giudizio sulle trasformazioni profonde che si sono verificate nella scuola e nell'università. Mentre la moda più recente privilegia le immagini di un catastrofismo superficiale e sciatto, egli ricordava, ancora nel febbraio '78, poco prima del suo rapimento, in una lettera a un giornale, “So bene che degli errori sono stati commessi, che si è allargato, talvolta con eccessivo ottimismo, senza tenere adeguatamente conto delle conseguenze. Resto però convinto che il fenomeno dell'universalizzazione della scuola sia un fatto politico di prima grandezza che fa tutt'uno con lo sviluppo di una società democratica. Esso sovrasta le nostre debolezze: è veramente più grande di noi”.

Ancora nella cultura aveva le radici la sua virtù della tolleranza intellettuale, che rendeva diverso il suo linguaggio, attento a rispettare la complessità delle situazioni nello sforzo, talora sofferto, di ricondurre il contingente a una dimensione generale. Una prosa ricca di argomentazioni e di sfumature, di invenzioni linguistiche capaci di interpretare sinteticamente i vari momenti dei processi di evoluzione dei rapporti tra le forze politiche.

Le riflessioni sulle doti essenziali di Aldo Moro, sul suo modo di sentire la politica e di praticarla, vogliono far emergere l'intreccio profondo che vi è tra il suo metodo e l'atteggiamento proprio dell'uomo di cultura. Egli è riuscito – come è stato osservato – “a unire la comprensione del realismo cattolico con quella del mondo culturale laico e a saper affrontare dunque contestualmente i due lati della politica italiana. Per questo egli ha potuto esercitare una funzione ad un tempo di rappresentante e di mediazione”.

Più difficile, perché più esposta ai pericoli e alle suggestioni del momento, la valutazione della sua politica. Qui i giudizi possono essere diversi, ma solo un osservatore superficiale può giudicare l'opera di mediazione, da lui svolta con tenacia ostinata e intelligenza finissima, in termini riduttivi come ricerca passiva del punto mediano tra i diversi rapporti di forza. Essa è invece illuminata e guidata da un obiettivo strategico: la realizzazione, nel quadro dei vincoli di volta in volta posti dalla realtà, di schieramenti sempre più rappresentativi, per consolidare la democrazia e allargare la partecipazione.

Questa opera ha influenzato i processi che l'incontro di forze diverse ha reso possibili, e ne è stata a sua volta influenzata, in un rapporto complesso con la realtà che si andava modificando. Quando ci si allontanerà nel tempo dalle vicende di questi anni e più chiari si faranno nella prospettiva storica i nessi tra i diversi fenomeni, io credo che l'opera di Aldo Moro sempre più apparirà complessivamente un importante contributo allo sviluppo del nostro paese.

In questo riconoscimento c'è anche la consapevolezza del ruolo delle forze cattoliche nella storia del paese e la individuazione nella politica di Aldo Moro del massimo sforzo, anche culturale, per comporre le aspirazioni all'egemonia con un'esigenza più generale di sviluppo della democrazia.

In queste riflessioni ho cercato di avvicinarmi alla figura di Aldo Moro con l'umiltà di chi non ha vissuto all'interno del mondo politico; ma ho voluto dare testimonianza del rispetto profondo per un impegno politico così altamente ispirato e per un'intelligenza spesa al servizio della società. Vorrei, prima di concludere, interpretare quello che deve essere il senso vero di questa riunione, di questa commemorazione. Il ruolo che Aldo Moro ha avuto nella vita del paese ci porta, in modo naturale, a parlare di lui in particolare, ma nessuno di noi dimentica gli uomini della scorta, le cui vite pure furono spezzate con ferocia. La comunanza di questo ricordo è simboleggiata, in modo semplice ma significativo, dal piccolo altare eretto in Via Fani per gli uomini della scorta e per Aldo Moro.

Di quei giorni dobbiamo ricordare sia la grande mobilitazione popolare, sia la fermezza, sofferta ma lucida, nel difendere i valori di democrazia, ai quali in una comunità nazionale non si può non rimanere fedeli. La forte e grande risposta del 9 Maggio all'appello delle forze politiche e sindacali rimane la prova più alta della capacità di resistenza democratica delle masse popolari. Questa mobilitazione si è ripetuta ancora, quando altre vittime sono cadute. E sino ad oggi essa è stata la nostra difesa più vera, ma è nell'umano ordine delle cose che essa sia destinata a usurarsi se lo Stato non assume su di sé la volontà popolare di sconfiggere il terrorismo, se le forze politiche e culturali non trovano, nella gravità del presente, le ragioni di un impegno comune, di un più profondo rapporto con il popolo e con il suo bisogno di giustizia. E concluderò riportando le parole formulate da Aldo Moro nel 1974: “Questa Italia disordinata e disarmonica è però infinitamente più ricca e viva dell'Italia più o meno bene assestata del passato. Ma questa è solo una piccola consolazione. Perché anche nel crescere si può morire. Ma noi siamo qui perché l'Italia viva e non come uno stato di gracili strutture economiche e politiche, ma come un grande paese moderno e civile. Per giungere a tanto occorre che noi, governo e popolo, siamo collegati in modo reale e durevole e profondamente solidali”.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
01/05/1979 - Tipologia: Articolo - Argomento: Altri scritti e discorsi