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D'ORA IN POI TUTTI A VITERBO, LA CULTURA ABITA QUI

Il Messaggero

Ruberti parla del «Festival dei festival»

Il nome è altisonante e forse anche un po' eccessivo: Festival dei Festivals. Ma dietro un'etichetta che può sembrare reboante, c'è una formula saggia. La rassegna che si è svolta in luglio a Viterbo e Ferento (prima edizione ufficiale dopo quella sperimentale dell'anno scorso) non ha assunto questo nome per presunzione, ma perché la sua caratteristica è proprio quella di riunire e di riproporre alcuni tra i migliori concerti e spettacoli prodotti da enti e festival: Teatro dell'Opera, Santa Cecilia, Spoleto, Maggio Fiorentino eccetera.

L'idea ha funzionato. Dopo un inizio un po' in sordina, il pubblico è andato aumentando fino a far registrare il «tutto esaurito» per la compagnia di balletto di Martha Graham «importata» da Firenze, e per un concerto di Umbria Jazz. La rassegna ha raggiunto inoltre uno dei suoi obiettivi principali, quello di attirare soprattutto turisti: lo attestano le risposte a un questionario distribuito al pubblico.

Parliamo, allora, di questa iniziativa con Antonio Ruberti ministro per la Ricerca Scientifica, il quale è presidente del Festival dei Festivals in quanto presidente del Circolo di Roma, un'associazione formata da personalità di tutti i campi impegnate a definire lo scenario di Roma e del Lazio verso il Duemila. Proprio il Circolo, d'accordo con Enti Locali viterbesi, ha promosso la manifestazione mettendo insieme cinque istituzioni culturali romane (Teatro dell'Opera, Santa Cecilia, Rai, Teatro di Roma e Ente Gestione Cinema) che oltre a portare le loro produzioni forniscono anche il supporto organizzativo per gli altri spettacoli.

Come nasce, professor Ruberti, il suo interessamento per la musica?
«Posso dire che uno dei ricordi più belli del periodo in cui ero rettore dell'Università «La Sapienza» di Roma è quello di aver fatto riprendere, verso la fine degli anni 70, i concerti dell'Istituzione Universitaria all'Aula Magna. Per il Paese era un periodo difficile, e all'Università si respirava un'atmosfera pesante. Così, non tutti erano favorevoli a un concerto dentro l'Università, perché in quel momento molti consideravano rischiosa ogni occasioni d'incontro. Poi tutto andò bene e fu anzi un segno di ripresa. So che in seguito la consuetudine di fare concerti negli atenei si è diffusa».

Ma secondo lei si fa abbastanza musica in Italia?
«Se si riferisce ai concerti, sì. Se parla della musica nella scuola dell'obbligo, no. E questo è grave perché più importanti dei concerti sono l'educazione e l'istruzione musicale. Non si può apprezzare del tutto la musica senza conoscerne il linguaggio e la storia. C'è una domanda diffusa di educazione alla musica e non mancano iniziative. Ad esempio Accademia di Santa Cecilia e Regione stanno sviluppando l'educazione musicale attraverso il mezzo informatico. E' necessario che di fronte a questi bisogni e a queste possibilità la musica non rimanga indietro».

Veniamo al Festival. Quali sono gli aspetti più importanti dell'iniziativa?
«Primo, utilizzare il meglio possibile il denaro della collettività facendo sì che uno spettacolo prodotto da un'istituzione pubblica sia visto da più gente possibile. Poi il decentramento: i grandi spettacoli non più prerogativa esclusiva di Roma ma fruiti anche in altre città della Regione, insomma un impegno per superare la distinzione centro-periferia, come del resto si è fatto a livello universitario istituendo l'Ateneo della Tuscia. E, ancora, la valorizzazione dei luoghi artistici e storici, la possibilità di coniugare spettacoli e turismo». Il festival è gestito in maniera abbastanza insolita, cioè collegialmente, da più istituzioni. «Il superamento di logiche particolari e la collaborazione concorde di enti prestigiosi e dalle grandi tradizioni è certamente il dato più significativo ed importante dell'iniziativa, anzi ne è il punto di forza».

Adesso qual è il vostro obiettivo principale?
«Il mantenimento e la crescita della qualità in vista di una sempre maggior autonomia della manifestazione. Viterbo può diventare il nodo di una rete di collegamenti anche per chi vive nella Capitale e offrire spettacoli prodotti da altre città dell'Italia e dell'estero».

Non pensa che con l'acquisto di una maggiore autonomia Viterbo potrebbe anche desiderare di produrre spettacoli in proprio, cosa che risulterebbe un po' complicata visto che almeno relativamente alla musica la città non abbonda di strutture produttive?
«L'esistenza e la fruizione di un museo o di una biblioteca non generano direttamente la produzione di opere d'arte o libri anche se favoriscono la crescita di una humus culturale favorevole. Così è per il Festival: può alimentare e far conoscere un ambiente adatto ad attività di produzione, può innescare processi nuovi. In queste potenzialità risiede il fascino delle iniziative culturali».

Cos'è che non va per il verso giusto?
«Mi dispiace un po' - dice Ruberti - che altre due manifestazioni abbiano usato l'etichetta di Festival dei Festivals, che noi siamo stati i primi a pensare fin dal dicembre 1985, anche se l'abbiamo tenuta nel cassetto per un po' di tempo. Chi usa un marchio uguale al nostro dovrebbe capire che il danno è reciproco».

Allegato:
Autore: Alfredo Gasponi
14/08/1988 - Tipologia: Intervista - Argomento: Altri scritti e discorsi